Arcumeggia: schede degli affreschi di Funi, Brindisi, Sassu, Migneco, Carpi e Monachesi

La sintesi della pittura del dopoguerra nel cuore della Valcuvia: le schede delle opere presenti ad Arcumeggia – prima parte

Ad Arcumeggia lavorarono gli artisti più famosi negli anni ’50 e ’60 in Italia, famosi perché presenti spesso alle mostre più importanti come la Biennale oppure perché titolari di cattedre di prestigio nelle accademie d’arte o anche per essere stati insigniti di  premi.
Qui trovate informazioni sui lavori lasciati da Funi, Brindisi, Sassu, Migneco, Carpi e Monachesi.  Per visionare le schede di altre opere importanti di Arcumeggia, c’è questa pagina che contiene informazioni su Montanari, Morelli, Saetti, Tomea, Tomiolo, Usellini, Ferrazzi e Brancaccio.

Achille Funi: “Madonnina”, 1956

Achille Funi (1890-1972) è un pittore ferrarese che, dopo un passato futurista e novecentista, aderì al Manifesto di Sironi sulla pittura murale e realizzò diversi affreschi per la Triennale di Milano e per il Palazzo Comunale di Ferrara. La grande sensibilità dell’artista è percepibile dalla scelta del soggetto per Arcumeggia: per il piccolo paese, e soprattutto per la sua gente, decise infatti di dipingere una Madonna votiva del tipo di quelle presenti nelle diverse edicole sparse per le campagne, lasciando da parte le allegorie, i soggetti mitologici e gli interni borghesi che interessavano la sua committenza tradizionale.
La Madonna dipinta da Funi rispetta tutte le regole iconografiche standard: solo l’espressione assorta e il gesto leggermente nervoso della mano, a trattenere il velo, lasciano intravedere la cifra stilistica di una pittura personalissima dal forte impatto emotivo. Quello che oggi si vede nell’edicola esterna non è il dipinto originale ma una copia: questo per evitare che il dipinto si deteriorasse irrimediabilmente.

Remo Brindisi: “Abitanti e lavori del posto”, 1957
Altro importante artista del Novecento che contribuì alla valorizzazione di Arcumeggia fu Remo Brindisi (1918-1996) con un affresco di dimensioni eccezionali che travalica le finestre della casa su cui è realizzato e che rende bene l’idea dei legami, anche affettivi, che si crearono tra gli abitanti del posto e i pittori in vacanza.
Brindisi era originario di Roma ma studiò all’accademia d’arte di Urbino e visse per molti anni a Milano e a Lido di Spina (FE). Proprio a questo Comune egli ha donato l’intera sua collezione di opere (comprendenti lavori di Medardo Rosso, Modigliani, Dubuffet, ecc.), fatto che ha permesso la fondazione di una Casa Museo a suo nome che oggi è un importante centro di arte contemporanea. Durante gli anni della seconda guerra mondiale fu fatto prigioniero dei tedeschi e questa esperienza si riflette direttamente su tutta la sua poetica. Nell’affresco realizzato per Arcumeggia riconosciamo completamente il suo senso di pittura “sociale”, fatta per il popolo, tanto è vero che non solo sceglie di rappresentare i mestieri tipici del territorio (postino, messo comunale, contadino con la gerla) ma ci sono forti probabilità che molti dei volti rappresentati appartengano agli abitanti del paese. Un ritratto collettivo dunque, in cui gli arcumeggiani possano riconoscersi sia fisicamente che spiritualmente. Sul sito internet della sua Casa Museo leggiamo:
La sua poetica ha avuto due principali registri: da un lato i ricordi bucolici della terra d’Abruzzo con le sue bianche greggi e i solenni pastori, lo splendore orientale di Venezia e la sacralità delle figure femminili, come segno nostalgico di una umanità perduta; dall’altro la struggente cronaca dell’eterno dramma del dolore, la bestialità della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, la costrizione dell’uomo moderno in una vita innaturale ed opprimente.
Amante nostalgico della più antica espressione della memoria fantastica dell’uomo – Il puro segno – Brindisi ha raggiunto un altissimo livello estetico anche nel disegno e nell’incisione. (scrisse Brindisi, n.d.r.) “L’arte è un fatto religioso in se stesso, comporta quindi una fede. Inversamente, l’artista per vivere deve sempre credere in qualcosa, egli ha quindi un allenamento alla fede che poi trasmette quelle vibrazioni anche al suo lavoro.”

Aligi Sassu: “Corridori”, 1967
Artista eclettico e impegnato politicamente (1912- 2000), Sassu è un personaggio difficilmente imbrigliabile in una definizione univoca, dato che la sua arte spaziò sia dal punto di vista formale che contenutistico nel corso di tutta la sua esistenza. Il fatto stesso che ancora oggi ci siano diverse Fondazioni (a Besana di Brianza, Lugano e Maiorca) che si occupano di conservare e far conoscere la sua attività, la dice lunga sul suo carattere, sulla sua energia e sulla sua voglia di vivere.
Sostanzialmente autodidatta (dovette abbandonare gli studi a causa di ristrettezze economiche), ebbe modo lo stesso di conoscere personalmente molti artisti importanti tra cui Carrà, Picasso e Guttuso.
Negli anni ’20 frequentò gli ambienti futuristi, a partire dagli anni ’30 e durante gli anni fascisti ebbe parecchi problemi con le autorità a causa delle sue simpatie comuniste e fu anche imprigionato con l’accusa di complotto. Gli anni postbellici a seguire sono caratterizzati dallo studio su Picasso e sulla tecnica della ceramica, mentre la produzione degli anni ’60 rientra nel periodo “spagnolo” caratterizzato da tauromachie e soggetti mitologici. Gli anni ’70 vengono ricordati come gli anni dei murales e dei mosaici su importanti edifici pubblici. Il periodo a seguire è costellato di mostre personali in tutto il mondo che ne consolidano il nome e la fama.
Sassu conosceva molto bene Varese, dato che vi soggiornò dal 1947 al 1950.
Per Arcumeggia ha lasciato un affresco che è nello stesso tempo “tipico” del suo stile e “arcumeggiano” per il fatto di aver voluto ritrarre anche alcune persone del paese oltre ai grandi ciclisti dell’epoca (Coppi, Bartali, Binda – che tra l’altro era di Cittiglio, e Ronchini).
Quello dei ciclisti era un tema a cui lui era particolarmente affezionato, perché esprimeva a suo avviso la potenza e la fatica dell’uomo vale poi a dire il senso stesso della vita. Anche l’affresco di Arcumeggia, a guardarlo bene, non è così “realista” come potrebbe sembrare a una prima occhiata.
Scrisse Sassu al proposito:
«L’asfalto della strada è nero, e questa è la realtà; ma quando si fatica in corsa, con la testa abbassata sul manubrio, gli occhi socchiusi del ciclista filtrano il sangue delle palpebre, e allora la strada diventa rossa. Dunque lunghe strisce, lunghe pennellate rosse».

Giuseppe Migneco: “La partenza dell’ emigrante”, 1962
Giuseppe Migneco (1908-1997) è considerato uno dei maggiori esponenti della pittura espressionista italiana. La sua opera rientra nei canoni del “realismo sociale” tanto tipico di molti artisti del dopoguerra (già negli anni ’30, fondando il movimento “Corrente” con altri artisti come Birolli, De Grada e Sassu, aveva manifestato il suo dissenso nei confronti dell’arte di regime), ma è connotata da un impianto formale sempre robusto e potente che la rende immediatamente riconoscibile. Viene definito come “l’intagliatore di legno che scolpisce con il pennello” per via del segno incisivo e netto con cui definisce i volumi, resi ancora più evidenti da colori accesi e caldi.
In quasi tutte le sue opere il posto più importante spetta alla figura umana e alle sue problematiche. Non è un caso che uno dei suoi pittori preferiti fosse Van Gogh di cui riprese anche il tipo di stesura del colore “a serpentina”.
Per Arcumeggia, scelse di rappresentare una parte del “vissuto” degli abitanti del paese, ovvero la partenza di un emigrante, riprendendo un tema scelto da Usellini nel 1962.
L’emigrante di Usellini torna, mentre quello di Migneco sta per lasciare la sua famiglia. Il momento è triste, e tutta la pesantezza del vivere, insieme alla rassegnazione, si materializza in un impianto di persone che si chiudono a cerchio intorno al protagonista, esprimendo tutte le variazioni che la sofferenza può assumere, accentuata dalla chiusura totale delle montagne sullo sfondo. Ciononostante ognuna delle figure umane conserva una sua dignità ed una monumentalità che, la scelta del panneggio a mò di vestiario, accresce e trascende. Il modo di definire il volume attraverso linee taglienti ricordano l’arte tribale, Modigliani e Picasso.

Aldo Carpi: “Sant’Ambrogio benedice Arcumeggia”, 1966
L’artista milanese (1886-1973) si distinse presto nell’ambiente accademico per la qualità della sua arte, tanto che venne subito chiamato a esporre in mostre internazionali e gli vennero commissionate opere importanti come le vetrate per la basilica di San Simpliciano a Brera e poi per il Duomo. Nella seconda guerra mondiale conobbe l’esperienza del campo di concentramento e riuscì a salvarsi dalla morte grazie alle sue abili doti di ritrattista. Tracce di questo tragico periodo restano in testi e disegni confluiti ne “Il diario di Gusen”, pubblicato parecchi anni dopo il conflitto, nel 1971.
Oltre che essere annoverato tra i partigiani più meritevoli e valorosi, Carpi viene sempre indicato come un pittore fortemente religioso. La sua è una pittura figurativa molto rispettosa delle “regole” degli atelier (fu docente all’Accademia di Brera per molti anni) velata di grazia, sensibilità e affetto per i sentimenti più semplici.
Anche l’affresco realizzato per gli arcumeggiani rispecchia queste caratteristiche e sembra realizzato appositamente per loro. Carpi riproduce il borgo aggrappato alla collina, sullo sfondo, mentre in primo piano, trionfale, avanza sul cavallo bianco S. Ambrogio che benedice la folla tra cui ci sono tanti bambini festosi. Molti sono ritratti fedeli degli abitanti del posto, e c’è chi dice che lui stesso abbia voluto scherzare dipingendosi nei panni del santo! In ogni caso, c’è il senso della gioia e della grazia in questo grande affresco che accoglie i turisti all’inizio del paese.

Sante Monachesi: “Trionfo di Gea”, 1959
Originario di Macerata, Sante Monachesi (1910-1991) è ricordato soprattutto per avere fondato nel 1932 il Movimento Futurista nelle Marche, sull’onda dell’entusiasmo trasmessogli da Marinetti e Boccioni con le loro rivoluzionarie idee sull’arte. La sua fu una formazione “sul campo”, molto pratica, lavorò come intagliatore ed ebanista e la critica gli riconobbe meriti soprattutto nella scultura. Durante tutta la sua vita, lavorò intorno a tematiche futuriste, sull’idea di nuove possibilità espressive attraverso l’uso di materiali alternativi e di soggetti moderni. Rimase particolarmente affascinato da Yuri Gagarin e da tutte le imprese aerospaziali fatte in quegli anni. Il lavoro concettuale su “Agrà” risente di queste suggestioni: Agrà è l’anti-gravitazione, la possibilità di “essere” anche senza la forza di gravità ovvero senza appesantimenti fisici, sociali e psicologici.
Anche le donne rappresentate nel “Trionfo di Gea” di Arcumeggia sono esseri femminili magici, eterei e sognanti. In un primo tempo l’affresco era stato intitolato dall’artista “Le donne di Arcumeggia” ma dato il disaccordo del parroco dovette subito cambiargli il nome!
Monachesi in quegli anni stava effettuando delle ricerche su questi concetti e probabilmente voleva alludere alla presenza, ad Arcumeggia, di un senso di libertà e di benessere derivante dalla mancanza di artifici e falsità, molto raro da trovarsi in centri urbani di dimensioni maggiori. Le donne rappresentate non sono da considerare simboli sessuali ma solo l’emblema di un Eden possibile, agli occhi dell’artista.
Gli stessi soggetti appariranno in altri quadri posteriori prendendo il nome di “Clownesse”.

 

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