Chiesa dei Ss. Pietro e Paolo a Brebbia, il romanico sopravvissuto grazie ad una bocciatura

Una delle chiese romaniche (sec. XII – metà sec. XIV) meglio conservate si trova nel centro storico di Brebbia ed è dedicata ai Santi Pietro e Paolo.

Si tratta di una chiesa molto interessante perchè, anche esternamente, rivela tutti i segni della sua storia piuttosto travagliata e per questo unica. Avendo chiare le sue vicende, la guarderai con altri occhi.

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Una “bocciatura” che ha permesso la sopravvivenza del romanico

Si tratta di una antica pieve, dove un tempo si celebravano i battesimi e le Messe più importanti, che la leggenda vuole essere stata fondata in onore di San Giulio.  Si narra che San Giulio abbia compiuto  il miracolo di riattaccare il pollice al carpentiere che si era tagliato mentre stava lavorando nel cantiere della chiesa. Si tratta di un santo importante in Insubria: è stato evangelizzatore della zona insieme al fratello Giuliano ed è lo stesso santo al quale è stata dedicata l’isola che c’è nel lago d’Orta. L’avere conservato molte caratteristiche dell’architettura medievale, sia esternamente che internamente, tale chiesa lo deve al fatto di essere stata “declassata” in epoca secentesca da San Carlo Borromeo, in favore della vicina chiesa dei Ss. Alessandro e Tiburzio di Besozzo. In tal modo sono stati evitati rimaneggiamenti vistosi. Tracce di lavori successivi ce ne sono, e si vedono, ma nell’insieme l’impianto è rimasto integro ed ancora oggi fa bella mostra di sé nella piazza centrale del paese.

I particolari della Chiesa fanno capire i modelli di riferimento

Basta un colpo d’occhio per capire subito, dall’esterno, che la chiesa è stata rialzata, è infatti ben visibile la differenza tra la parte bassa della muratura, realizzata accuratamente con serizzo, granito e pietra d’Angera, e la parte alta che è stata invece intonacata e decorata con finta pietra (per opera di un restauro del 1939). Lo zoccolo si presenta lavorato con cura, con modanature eleganti del tipo di quelle presenti anche nel Battistero di Varese, e così pure i portali. In particolare il portale a sud si presenta strombato, con capitelli scolpiti con elementi zoomorfi e pilastrini e colonnine che formano un gioco di chiaroscuri di grande eleganza. Interessante la lunetta che reca al centro una sorta di conca circolare con cornice floreale, che ricorda gli oculi absidali di S. Fedele a Como.
Gli interni della chiesa si presentano riccamente affrescati, in realtà su più strati (si parla di palinsesti quando ci sono affreschi sovrapposti), con un particolare ciclo delle Storie della Passione che non ha esempi simili nel resto della provincia di Varese. Troviamo anche episodi della vita di Sant’Eligio e di San Giulio. Quelli che vediamo sono affreschi che risalgono al Quattrocento e Cinquecento ma è probabile che sotto ce ne siano altri ancora più antichi. Anche internamente si vedono le tracce dei lavori di rialzo, che hanno anche comportato la sostituzione dei soffitti a capriate lignee con le volte, a livello della navata centrale: tali lavori hanno avuto esiti disastrosi sul piano strutturale, perché si sono costruite volte non capaci di sostenere l’intero peso della struttura, che spinge sui lati e che viene perciò “tenuta insieme” da tiranti e piastre metalliche, come si può vedere in molti punti dell’edificio.

Il campanile isolato…perché?

Un altro aspetto curioso è dato dalla presenza del campanile staccato dalla chiesa, appartenente probabilmente a quella chiesa di Santa Maria di cui il Borromeo ordinò la distruzione. Molto probabile che in passato ci fossero, nella stessa piazza, due chiese, un po’ come nel caso della vicina Domo Valtravaglia. Anche il fatto che il portale più decorato sia quello meridionale fa supporre che il “centro” fosse diverso da quello che è attualmente.

Come molti edifici sacri, sembra che anche questa chiesa sia stata costruita sui resti di un tempio pagano, come attesta la presenza di una pietra murata dedicata alla dea romana Minerva.