Chiesa di San Michele all’Alpe, tra Bisanzio e Irlanda

San Michele è una minuscola chiesetta in un alpeggio della Valtravaglia, dove si svolge ogni anno l’omonima festa, tra agosto e settembre, e dove è doverosa una sosta in ogni periodo dell’anno. Dall’esterno ti colpirà per la perfezione della sua abside orientata, ma se hai la fortuna di vederla dall’interno capirai perché i fedeli gli sono molto affezionati

Chiesa di San Michele all'Alpe di Porto Valtravaglia

La chiesa si presenta allo stato attuale con un’unica navata che termina con un’abside orientata a est, con soffitto a crociera ed esternamente mura in ciottoli e pietre ben allineate a spina di pesce. La sagrestia e il campanile risalgono a epoche successive.
Solo in epoca recente, nel 2000, è stato rifatto il tetto in beola e sono stati riportati alla luce gli antichi affreschi che erano stati coperti da intonaci. Gli affreschi hanno una datazione variabile tra l’anno Mille e il Trecento. Sulla parete sinistra spicca una Madonna votiva, affiancata da Sant’Antonio Abate e San Bernardo, che risale al Cinquecento ed è opera del pittore Guglielmo da Montegrino, attivo anche nella vicina Canonica di Brezzo di Bedero (le Madonne votive sono sempre graziose e raffinate…hai già visto quelle di Santo Stefano a Bizzozero?). Più interessante l’affresco sempre sulla parete sinistra ma più vicino all’altare in cui è riconoscibile S. Michele arcangelo, altri due angeli e un offerente che reca la scritta “Dominus cusstos”. In controfacciata spicca un altro arcangelo alato con S. Ambrogio, raffigurato imberbe e con le orecchie pronunciate, secondo un’iconografia che fa direttamente capo a quella presente nelle storie di S. Ambrogio rappresentate nella basilica ambrosiana di Milano  e più precisamente nel mosaico absidale e nelle formelle dell’altare d’oro di Volvinio. Più in là negli anni, in altre sedi, S. Ambrogio sarebbe invece stato rappresentato con la barba, la tiara e i paramenti vescovili.

Ecco cosa si legge nel pannello di presentazione della Chiesa di San Michele all’Alpe

San Michele a Porto Valtravaglia - pannello-didattico
San Michele a Porto Valtravaglia – pannello-didattico

San Michele, tracce longobarde

Nel IV secolo in virtù dell’opera apostolica di San Patrizio, San Brendano e Santa Brigida, l’Irlanda divenne un vivaio di cristiani austeri, retti e animosi, perciò nei secoli successivi, quando in Italia il popolo, sottomesso agli interessi delle potenti famiglie romane, subiva ricatti e si moltiplicavano sia le devianze che le eresie, i missionari irlandesi decisero di “ri-cristianizzare” l’Europa.
Fu la cosiddetta “diaspora” irlandese in Europa. Questi irlandesi erano tutti monaci di un ascetismo duro che si rifaceva ad uno dei padri della Chiesa: Sant’Antonio Abate. Perché aventi differenti tradizioni, costumi e riti di carattere locale, i missionari irlandesi portavano con sé la purezza del Vangelo, moltissimi sono i Santi appartenenti alla diaspora irlandese scesi in Italia.
Nel 610 uno di essi, San Colombano, costretto a fuggire dalla Francia coi suoi seguaci, giunse a Milano e sotto protezione de re longobardo Agilulfo, costituì un gran numero di eremitaggi dove insediò i suoi monaci e da cui si svilupparono più tardi importanti centri ecclesiastici. I Longobardi erano una popolazione germanica che dopo lunghe migrazioni giunse in Ungheria. Nel 569 il loro re Alboino li guidò in Italia, essendo ottimo condottiero, con una guerra lampo conquistò il Veneto e la Lombardia. Nel 580 i longobardi avevano ormai occupato gran parte dell’Italia formando un solido Stato. Il re elettivo era la suprema autorità, egi si consultava sempre con l’assemblea degli uomini liberi (Arimanni). Il regno longobardo era costituito da province divise in Fare a loro volte suddivise in Arimannie, le quali erano composte da gruppi famigliari legati alle terre coltivate, ai boschi e ai pascoli: i “Gau”. Vi erano poi i ducati con sede nelle principali città denominati “Cives”.
Il re nominava i “Gastaldi”, giudici incaricati anche dell’esazione delle imposte. Per i longobardi, l’Alpe San Michele era un Gau d’alpeggo composto da rustiche fattorie di capanne. Probabilmente qui si insediò uno dei monaci di San Colombano, prima in una grotta nelle vicinanze dove anni fa furono rinvenute alcune ceramiche e strumenti del VI-VII secolo d.C. Quindi con l’aiuto dei locali si iniziò a costruire una cappelletta.
Alcuni punti “a spina di pesce” rimasti nella muratura testimoniano la manovalanza longobarda, mentre la croce celtica con cui a quei tempi fu esorcizzato il Masso di San Michele suggerisce la presenza irlandese. Trent’anni fa fu trovata una antica sepoltura contro il muro settentrionale della chiesa: poteva essere di uno dei monaci originali?
San Michele, arcangelo guerriero armato di spada, combattente accanito contro il demonio e secondo antiche tradizioni giudice delle anime dei morti, adorato sia dai cattolici che dagli ariani, era il santo protettore della razza longobarda. La dedicazione è una controprova dell’antichità dell’edificio religioso. Cerchiamo di comprendere i motivi dell’insediamento religioso: la presenza in loco di uomini di religione ariana o pagana e il desiderio di convertirli alla fede cattolica, possono essere all’origine della chiesetta.
Nel X secolo divenne un oratorio dove era chiamato a celebrare un sacerdote ordinato completo, dietro specifico compenso. A quel tempo l’alpe coi suoi abitanti passò all’Arcivescovo di Milano, signore della castellanza di Travaglia, più tardi vi fu la presenza del monastero pavese di San Pietro in Ciel d’Oro. Il Dominus religioso o laico cui competeva la giurisdizione, aveva l’obbligo di preoccuparsi dell’anima dei suoi servi e doveva quindi mettere a disposizione l’officiante per la chiesetta. Nel XIII secolo la chiesa era al centro di fondi rustici a prato, minuziosamente protetti da abusi estranei e regolati per l’uso degli affittuari da qui si traeva un “beneficio” con cui mantenere un custode fisso della chiesa: un affresco del XII secolo è dedicato al patrono MICHAEL da DOMINICUS CUSSTOS, effigiato in atto d’omaggio. Questo Domenico era un Custos (custode) monaco o converso, personaggio di qualche rango se poteva permettersi la spesa dell’affresco. Più tardi San Michele finì per rientrare nella parrocchia di Domo. Doveva avere una particolare importanza evidenziata dalla singolarità d’una chiesetta alpestre che possedeva una inconsueta copertura a volte e un ricco apparato di affreschi continuamente arricchiti sino al 1500. La chiesa era il luogo del sacro, non solo per le funzioni religiose ma reso sensibile per la mentalità d’allora, da immagini affrescate, cere votive, lampade accese. Qui trovavano sollievo paure antiche per i fulmini, orsi e lupi dei boschi, la violenza dei briganti, il timore di incombenti flagelli, l’ansia quotidiana del pericolo per persone e animali su questa terra dura e aspra da cui a fatica si traeva ogni possibile frutto. Questa protezione era garantita da un altro affresco che reca l’immagine di San Bernardo da Mentone protettore dai rischi della montagna selvaggia, che tiene incatenato un diavolaccio.
Nel 1569 fu notato lo stato degradato dell’edificio e l’uso profano che se ne faceva, come rifugio di pastori e animali, rischiò addirittura d’incendiarsi quando fu usato come deposito di carbone.
La chiesa restò in stato di abbandono fino al 1698.

 

 

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