Le pietre rosse (come il sangue) della Badia di Ganna

La Badia di Ganna è un antico monastero benedettino che nel Medioevo aveva un’importanza notevole, situato com’è in un punto di forte passaggio dal nord al sud Europa. Il paesaggio circostante ha la fisionomia attuale proprio grazie al lavoro di bonifica e di coltura dei monaci. Una leggenda religiosa, che narra la vicenda dei Santi Imerio e Gemolo, fornisce anche la spiegazione della presenza di pietre rosse in questi luoghi…

Aleggia ancora un alone di mistero sulla Badia di Ganna, un complesso religioso formato da un chiostro, una chiesa a tre navate e una serie di fabbricati un tempo adibiti a foresteria, refettorio, dormitorio e biblioteca. Tanti documenti sono andati perduti, ragione per cui non è possibile ricostruire per filo e per segno la storia di questo posto, che fortunatamente, per volontà di un gruppo di volontari e della Parrocchia locale, continua a essere vitale grazie all’organizzazione di concerti, conferenze ed altri eventi culturali.

La storia della Badia di Ganna è legata a doppio filo a quella del giovane San Gemolo

Le sue origini risalgono alla seconda metà del sec.XI e sono legate ad un giovane martire, San Gemolo, morto qualche tempo prima. Nei martirologi di Ganna è scritto che intorno all’anno Mille, un giovane di nome Gemolo, in compagnia dell’amico Imerio, stava accompagnando lo zio vescovo diretto a Roma e si era fermato per dormire nei pressi di Arcisate nella Val Malchirolo. A quei tempi viaggiare era molto pericoloso, dunque tutti i pellegrinaggi verso la Santa Sede erano davvero vere e proprie imprese eroiche. I fedeli in partenza dal nord Europa dovevano per forza di cosa fare tappa nelle zone di Varese e di Como, che per questo motivo sono costellate di santuari e di monasteri che offrivano ai pellegrini vitto e alloggio, primo fra tutti quello di Santa Caterina del Sasso.
Gemolo si trovava dunque a fare guardia all’accampamento, quando di notte alcuni briganti si introdussero e rubarono il cavallo e tutte le suppellettili dell’alto prelato.

Gemolo viene ammazzato in nome di Dio, e per questo diventa un Martire celebrato dagli abitanti di Ganna il 4 febbraio di ogni anno.

Gemolo e Imerio si gettarono subito all’inseguimento dei briganti fino a raggiungerli, nei pressi di una fonte a Ganna. Gemolo scongiurò loro di restituire la refurtiva, invocando pietà in nome di Dio e dei Santi Apostoli. Al sentire quei nomi, il capo dei briganti, tale Rosso di Uboldo, si arrabbiò a tal punto da mozzare con un solo colpo la testa di Gemolo. I compagni del Rosso si accanirono invece su Imerio, che venne trafitto da lance in tutto il corpo.

Il sangue di Gemolo si sparse copioso per tutta la radura e macchiò di rosso tutte le pietre della fonte, macchie che rimasero per sempre e che sono visibili ancora oggi.

In realtà la pietra è il porfido, che ha naturalmente quel colore rossastro che diventa ancora più vivido sotto la pressione dell’acqua. Tra lo stupore dei briganti, Gemolo decapitato si alzò, raccolse la sua testa e risalì a cavallo. Anche Imerio non rimase sul posto, ma ebbe la forza per recarsi a cavallo fino a Varese, dove alla fine morì, proprio sulle soglie della chiesa che ancora oggi porta il suo nome. Il cavallo di Gemolo ritornò verso la Val Ceresio e raggiunse il vescovo, quasi per avvisarlo di ciò che era successo, e lo condusse infine nei pressi del luogo dell’eccidio, dove oggi sorge la Badia. Lo zio decise dunque di dare degna sepoltura a Gemolo proprio in questo luogo, dove da quel giorno cominciarono ad accadere fatti straordinari, soprattutto legati all’acqua.

Sopra la tomba di Gemolo si costruì una cappella bianca, e sopra la cappella una chiesetta, e sopra la chiesetta un’abbazia.

San Gemolo è per tutti il santo dell’acqua e viene festeggiato il 4 febbraio insieme a Sant’Imerio. Le celebrazioni avvengono solitamente durante la domenica più vicina a questa data e consistono in una speciale funzione religiosa che prevede la lettura della “passio” (storia del martirio), il canto dell’inno a San Gemolo e la bruciatura del pallone di bambagia. Si tratta di un’usanza del rito ambrosiano che consiste nel dare fuoco ad una copertura di bambagia disposta intorno ad una sfera di fil di ferro, appesa all’ingresso del presbiterio. Il rito simbolizza il martirio, il sacrificio della propria vita in nome di Dio. Le reliquie del Santo sono tutt’ora conservate nell’altare maggiore della chiesa.

 

 

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