Gianni Rodari e i suoi legami con Varese

Le filastrocche di Gianni Rodari sono talmente conosciute e “universali”, che  cercare un’identità territoriale in questo grande poeta  suona un po’ strano. Ma siamo sicuri che a lui sarebbe piaciuto il tentativo 😉

Dunque, senza nulla togliere ai piemontesi che gli hanno dato i natali – è infatti nato a Omegna il  23 ottobre 1920 – cominciamo col dire che i genitori di  Gianni Rodari sono nativi della Valcuvia, nel Varesotto.  Rodari a Gavirate trascorse gran parte della sua infanzia, e a Varese città la sua giovinezza, tra il seminario, il partito e le scuole.  Solo nella maturità si trasferisce a Milano e infine a Roma, ma ormai al tempo delle capitali era già diventato “famoso” con la pubblicazione delle sue poesie e racconti per i bambini.

Dunque un po’ di Varese in Rodari c’è sicuramente, e lo confermano non solo i testi seguenti, in cui si fa accenno ad alcune sue esperienze giovanili accadute proprio qui,  ma anche e più in generale l’amore per la natura e la curiosità per i suoi misteri, che non possono che nascere…nel bosco…e in provincia ce ne sono tanti di boschi!

Biografia di Gianni Rodari

Gianni Rodari nasce a Omegna nel 1920, da genitori entrambi valcuviani; a 9 anni muore il padre e la madre decide di tornare nel Varesotto e per la precisione a Gavirate. Giovanissimo, Rodari già riesce a distinguersi nel campo della scrittura. Dalla frequentazione di ambienti cattolici si sposta più tardi negli ambienti comunisti: a Varese è giornalista de “L’Ordine Nuovo”, organo della Federazione Comunista di Varese. Nel frattempo per guadagnarsi da vivere, insegna anche nelle scuole, diventando per alcuni anni maestro elementare a Uboldo e a Ranco. Passa poi a lavorare a Milano e infine a Roma, dove si spegne nel 1980. In tutta la vita raccoglie consensi di critica e di pubblico con le numerose pubblicazioni, filastrocche, poesie e racconti ma anche saggi, per i bambini e per quelli che conservano uno spirito da fanciullo e amano giocare con le parole. Nel 1970 riceve il premio Andersen, il massimo riconoscimento nell’ambito della letteratura per l’infanzia.

IL SASSO NELLO STAGNO da “La grammatica della fantasia”, Einaudi, Torino 1973

Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari. Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia. Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.
Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere.
Prendo ad esempio la parola «sasso». Cadendo nella mente essa si trascina dietro, o urta, o evita, insomma, variamente si mette in contatto:
con tutte le parole che cominciano con “s” ma non continuano con “a”, come «semina», «silenzio», «sistole»;
con tutte le parole che cominciano con “”sa”, come «santo», «salame», «salso», «salsa», «sarabanda», «sarto», «salamandra»;
con tutte le parole che rimano in “asso”, come «basso», «masso», «contrabbasso», «ananasso» «tasso», «grasso»;
con tutte le parole che le stanno accanto, nel deposito lessicale, per via di significato: «pietra», «marmo», «mattone», «roccia», «tufo», «travertino», «peperino»;
eccetera.
Queste sono le associazioni più pigre. Una parola urta l’altra per inerzia. E’ difficile che ciò basti a far scoccare la scintilla (ma non si può mai dire).
La parola, intanto, precipita in altre direzioni, affonda nel mondo passato, fa tornare a galla presenze sommerse. «Sasso», da questo punto di vista, è per me Santa Caterina del Sasso, un santuario a picco sul lago Maggiore. Ci andavo in bicicletta. Ci andavamo insieme, Amedeo e io. Siedevamo sotto un fresco portico a bere vino bianco e a parlare di Kant. Ci trovavamo anche in treno, eravamo entrambi studenti pendolari. Amedeo portava un lungo mantello blu. In certi giorni sotto il mantello s’indovinava la sagoma dell’astuccio del suo violino. La maniglia del mio astuccio era rotta, dovevo portarlo sotto il braccio. Amedeo andò negli alpini e morì in Russia.
Un’altra volta la figura di Amedeo mi tornò da un «ricercare» sulla parola «mattone», che mi aveva ricordato certe basse fornaci, nella campagna lombarda, e lunghe camminate nella nebbia, o nei boschi, spesso Amedeo ed io passavamo pomeriggi interi nei boschi a parlare: di Kant, di Dostoevskij, di Montale, di Alfonso Gatto. Le amicizie dei sedici anni sono quelle che lasciano i segni più profondi nella vita. Ma questo, qui, non interessa. Interessa prendere atto di come una parola qualunque, scelta a caso, possa funzionare come parola magica per disseppellire campi della memoria che giacevano sotto la polvere del tempo.

La leggenda del lago di Varese

fonte: http://www.giannirodari.it/

Ogni lago ha la sua leggenda: una leggenda che ricorda le sue origini con precisione fantastica, e si tramanda di padre in figlio finché vien fissata sulla carta e stampata, nera sul bianco, da qualche raccoglitore.
Quanto al nostro lago, questo nostro magnifico lago di Varese, bianco sul nero se lo vedete nelle notti di luna, che si lascia comprendere d’un sol colpo d’occhio, non ha, ch’io mi sappia, una leggenda che ne racconti la nascita: nessuno dei buoni antichi ha trovato nipotini tanto poco amanti del sonno da dover inventare, per addormentarli, che gli Angeli riempirono con secchi d’oro tutta una valle, gli Angeli fecero spuntare l’isolotto, buon cane da guardia, e gli Angeli fecero questo, fecero quello.
Che lago prosastico, direte voi. Adagio: c’è un compenso.
Non avete mai visto, scendendo o salendo la strada così detta del Sasso, tra Comerio e Gavirate, a mano destra, una Chiesuola con un piccolo portico ed un campaniletto muto?
No: voi non vi siete mai fermati. Se avete la macchina rombante, non vi siete accorti di nulla: se eravate pellegrini francescani, non vi siete fermati a guardare, attraverso una finestrella, nella penombra di questa chiesa dedicata alla Santissima Trinità.
E nemmeno vi siete seduti sul muricciolo del portico a guardare quel po’ di lago che trema lontanamente. Questa chiesa ha una leggenda.
A me l’ha raccontata una vecchina di quelle che si incontrano nelle favole o negli angoli ignoti dei paesi.
Dunque ai tempi dei tempi (quando, e chi lo sa!) avvenne ad un cavaliere che si trovasse a percorrere in pieno inverno questi paesi. La neve era tanta che pareva che tutti i mulini del cielo avessero rovesciato la loro farina, su questa piana terra di Lombardia.
Si trova dunque d’un tratto il cavaliere davanti ad una distesa di neve dove non un arbusto, uno stecco ed un albero ischeletrito, drizzava le braccia al cielo. Una prateria che si allargava improvvisamente, come un miracolo. In fondo, lontano, poche casupole indicavano l’esistenza d’un villaggio. Il cavaliere affronta decisamente la pianura: sprona il cavallo, e sollevando turbini di neve vola a galoppo sfrenato. Gli sferza in volto un’aria più fredda: quasi direbbe gelida. In poco più di mezz’ora ha percorso tutto il prato di così insolite dimensioni. Eccolo ora davanti alle casupole in rovina del villaggio. Chiama, passando, perché qualcuno gli risponda. Chiama, chiama e nessuno risponde. Scalpita il cavallo ed egli batte ad una porta.
“Buona gente!”. S’apre finalmente la porticina cigolando sui cardini, ed emerge dall’ombra nera una vecchina piccina piccina (forse una delle nonne più lontane di quella che mi raccontò la storia).
“Buon dì, cavaliere di Dio!”.
Egli l’interpella in modo deciso: “Dite: chi è il padrone di quel prato senz’alberi né stecchi che vedete laggiù? L’ho attraversato or ora e mi punge voglia di comprarmelo!”. “Signore Iddio!” esclama la vecchia crocesegnandosi: “Passaste là sopra?”. “Diamine, sì. Ma che avete che vi segnate su tutte le parti del corpo? Ho forse l’aria di un pagano?”. La vecchina, commossa, accenna a rispondere: “Signor mio, no. Voi non siete un pagano: ché altrimenti il Signore non vi avrebbe fatto sì leggero da passare sul lago senza che il ghiaccio si rompesse sotto gli zoccoli del cavallo!”. Ora è la volta del cavaliere ad essere stupito: ché molte avventure gli son capitate, ma giammai passò sui ghiacci di un lago scambiandoli per prati distesi sotto il cielo.
Si fa gente e tutti lo guardano con meraviglia: il Cavaliere del miracolo egli è ormai per essi. Da le casupole le donne lo mostrano ai fantolini: il Cavaliere che passò sul lago.
Quando infine egli si riebbe dalla sorpresa, trasse una borsa d’oro e parlò ai contadini: “Buoni terrieri, uditemi. Io voglio che in ringraziamento al Signore Nostro Uno e Trino, voi costruiate una Chiesa e vi facciate orazione”.
E come quelli annuirono, egli li ringraziò, diede loro il denaro e se ne partì, né fu più visto.
Cominciarono essi a costruire la Chiesa della Santissima Trinità, secondo che dicono le storie. Poi cambiarono i tempi, Gavirate divenne un borgo popoloso ed industre, la Chiesa ebbe bisogno di essere rimessa a punto, forse non è più come a quei tempi.
Ma il lago è sempre quello: a volte gela, a volte ride.
E’ sempre il lago che noi amiamo, quello che alcuni vecchi dicono sia un avanzo delle acque del diluvio, che lasciarono sepolto un paese per volontà del Signore Uno e Trino.
In verità un paese ci fu, dove ora le acque ondeggiano contro le mollirive.
Come rimase sepolto e quando?
Sedete sul muricciolo della Chiesa di cui vi ho raccontato la storia: guardate quel tratto di lago che trema al vostro sguardo e forse vi parrà di vedere tra le onde le risate dei ragazzi che furono sepolti un giorno, ma molto lontano, con le loro vecchie case di legno.

Gianni Rodari – 21 agosto 1936

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