Guttuso, Velate e la Vucciria…e qual quarto di bue del macellaio di Varese!

Renato Guttuso ha vissuto gli ultimi trent’anni della sua esistenza  in una villa appartata a Velate vicino a Varese. Qui ha dipinto molti dei suoi dipinti più celebri, tra cui la Vucciria, ma anche paesaggi di boschi e di sentieri del circondario varesino, oltre che la grandiosa Fuga in Egitto per il Sacromonte di Varese.

Varese e Guttuso: dei rapporti tra la città e il pittore non si è parlato nè scritto molto…come mai?
C’è chi sostiene che il pittore abbia soggiornato nella bella villa immersa nel bosco solo nei mesi estivi e solo per non avere scocciatori, c’è chi maligna che gli amministratori comunali del periodo non fossero politicamente affini con le sue idee – lui che si è sempre dichiarato comunista – ma poi ci sono i suoi quadri e i suoi disegni, che recano a chiare lettere il nome di “Velate” nel titolo o accanto alla firma, e dunque se non parlano gli uomini, finiscono per parlare le opere, in modo più obiettivo e disinteressato, dell’affetto che il pittore nutrì verso il nostro territorio.

III Cappella della Natività - Fuga dall'Egitto di Guttuso
III Cappella della Natività – Fuga dall’Egitto di Guttuso

Alcune di queste opere sono conservate ai Musei Civici di Masnago mentre la più celebre campeggia al Sacro Monte di Varese, all’altezza della Terza Cappella: la “Fuga in Egitto”.

Alcune opere di Renato Guttuso su Velate e sulla provincia di Varese

Tramonto a Velate, Nel bosco di Velate, Torre di Velate e il Sacromonte, Veduta del lago e il Monte Rosa, Passeggiata in giardino a Velate, Volo di colombe a Velate, Cesto di castagne, Castagne d’India, Autunno a Velate, Tetti di Velate, Atelier. 

 

Ed allora, senza stare a scomodare nessun politico e nessun critico d’arte, possiamo confidare – oltre che nelle opere – nei commenti su di esse elaborati dallo scrittore Piero Chiara (Gli anni e giorni, Edizioni Studio Tesi, 1988).

Piero Chiara ci parla di Guttuso, della sua casa e delle sue opere

Un’isola verde per Guttuso

Andare a cercare Guttuso, la casa di Guttuso a Velate, non è facile. Si passa da Masnago o da Sant’Ambrogio? Velate è come dietro un velo di pini, di parchi verdissimi, insinuata in una piega del monte. Può far da guida la torre alta e smozzicata, a mezza costa: ed ecco, avvallato in una conca, l’antico villaggio. Dietro la chiesa, da un dedalo di piccole strade se ne stacca una in salita, svolta e presenta in alto un cancello chiuso. La salita continua dopo il cancello e approda ad un parterre affacciato sopra parchi dove le conifere delle ville sono vicine ai castagni della selva che s’inerpica verso il Sacro Monte. La villa di Renato Guttuso guarda da un’alta terrazza sopra una valletta aperta verso il lago di Varese che lustreggia come una lama, di rimando, tra i lampi d’altri laghi più lontani, oltre i colli: il lago di Varano, il gago di Comabbio, il lago Maggiore che passa sul fondo come un fiume al piede delle Alpi. Prima che appaia qualcuno, il visitatore ha il tempo di guardare per novanta gradi d’orizzonte la fascia pedemontana di mezza Lombardia. Poi ha di fronte la nobile facciata di una villa di fine Ottocento, silenziosa e carica di quel senso di privatezza che hanno soltanto le dimore lontane dalle strade e circondate dagli alberi. Nell’atrio vengono incontro, prima del padrone, i suoi quadri, esposti con parsimonia nelle stanze del pianterreno, ammobiliate con rigido decoro. Al primo piano le camere: sopra, altre camere e lo studio, da poco ingrandito, le terrazze da cui il panorama si allarga e scopre, oltre le barriere di abeti, la catena delle Alpi col monte Rosa nel mezzo. È il luogo dove Renato Guttuso lavora, molte ore al giorno, senza aspettare l’ispirazione.
<<Lavori quando ti viene un’idea?>>
<<No. Lavoro sempre. Le idee vengono lavorando>>.
E sui fogli stesi sopra i grandi telai disegna, dipinge, crea un popolo dai gesti gravi di fatica, di sgomento e di ardire. Ogni tanto un paesaggio si alterna alle figure e agli interni stagliati dalla luce. E sono le linee e i colori di fuori, quelli che vede dalle sue terrazze e dalle sue finestre: un volto inaspettato del paesaggio prealpino che ha rivelato anche a chi credeva di conoscerne tutte le variazioni un aspetto severo, né leonardesco né manzoniano, del tutto nuovo. Guttuso l’ha ritratto in sanguigni tramonti, l’ha inciso in linee marcatissime senza alterare i profili leggendari dei colli e delle Alpi (…)

Velate e l’ispirazione di Guttuso, che raggiunge il suo apice con la Vucciria

Velate è stato il posto ideale per il pittore per lavorare senza distrazioni, poco distante da Milano e dalla cerchia delle sue conoscenze affettive e professionali, per realizzare tanti quadri di grande formato tra i quali la Vucciria (1974), considerato uno dei capolavori del Maestro e dell’Arte del Novecento più in generale.
Scrive Fabio Carapezza Guttuso, nel libro “La Vucciria”, che lo studio di Velate era: “lontano fisicamente dal mercato ma anche dalla luce palermitana, nell’ombrosa quiete lombarda dove più facile era per l’artista ordinare i ricordi e le sensazioni prima di dipingerli”. 

A tal proposito, il figlio adottivo del Maestro riporta un aneddoto simpatico sulla carcassa del macellaio che spicca nel quadro per la potenza del suo rosso e per il messaggio forte intrinseco nell’oggetto

(…) Velate è quindi il luogo dove il quadro fu dipinto; la necessità di Guttuso di ricreare nel suo studio l’atmosfera dell’opera in lavorazione causò qualche problema organizzativo. Ricordo con grande precisione il frenetico via vai di verdura, frutta, ortaggi, pesci e di ogni altro ben di Dio. La maggior parte della merce non poteva, però, essere reperita nei mercati lombardi. Guttuso non avrebbe ritrovato i colori e i profumi delle specialità isolane, indispensabili a risvegliare la memoria del luogo. Al mattino presto, da Palermo, telefonava il fido Isidoro per comunicare che la “robba” era stata caricata sul primo aereo per Milano. Alle 9.00 in punto, Aldo era già all’aeroporto di Malpensa, per ritirarla. Un’ora dopo il materiale era in studio, pronto per il maestro. All’una passava alla competenza della cuoca. Alle volte ciò che per noi, avvolti ormai nella febbrile ansia creativa del maestro, sembrava normale, per altri era assurdo.

Accadde appunto, quando al macellaio di Varese fu chiesto di portare un mezzo bue intero in studio “per non più di due ore” – lo aveva assicurato Guttuso – “il tempo di fissarlo”, lì dove campeggia come una scultura in primo piano nel quadro. Non potrò mai dimenticare quelle due ore nel caldo estivo di Velate, tra il tormento del macellaio che guardava preoccupato la carne lontana dal frigorifero e la profonda tensione dell’artista che vedeva progressivamente trascolorare le tinte fissate sulla tela.

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