Iscrizioni rupestri della Val Veddasca, sulle tracce dei Celti

Sapevate che in Val Veddasca è conservato un vero e proprio Santuario rupestre? Con l’aiuto del libro di Roberto Corbella , siamo andati a scovare le tracce di antichi massi celtici sparsi per la Valle. 

Il Libro  “Celti. Itinerari storici e turistici tra Lombardia Piemonte Svizzera” Macchione Editore, 2000 – è uno dei tanti di Roberto Corbella, studioso degli antichi riti di questa popolazione che ha abitato sul nostro territorio tantissimi anni fa.  Dalla lettura di questo libro si ricavano informazioni importanti sulla storia della Val Veddasca.

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Nella Val Veddasca sono state ritrovati diversi massi con iscrizioni e coppelle che fanno pensare alla realizzazione, da parte dei Leponzi, di un vero e proprio itinerario di pellegrinaggio simile a quelli che si possono trovare in Irlanda o in Bretagna.

► Masso con iscrizioni rupestri all’Alpone di Curiglia – video

Ci sono infatti massi dai simboli graffiti dove sicuramente si dovevano compiere determinati riti legati ai cicli astrali e alla fecondità.
Nelle “coppelle”, piccoli scavi circolari, dovevano sicuramente essere versati burro o grasso da accendere in simbolo di offerta. Ci sono poi dei canali ramificati dedicati all’offerta di liquidi come sangue, latte o birra, per propiziarsi una determinata divinità. Sono a volta presenti vaschette rettangolari dove deporre farina, miele o bacche. Possono poi riconoscersi diverse incisioni che, se pure stilizzate, simbolizzano animali o fiori o ruote. I massi sono sempre collocati in posizione dominante o ai lati di un sentiero. Una costante è rappresentata dal segno a croce, ad indicare una figura antropomorfa, probabilmente l’essere umano che ha “santificato” il masso del sacrificio.
Corbella indica la presenza di massi di questo tipo a Pian Cavurico e poi verso il Cortetto. All’Alpone c’è un grande masso con più di 80 incisioni in cui si riconoscono le croci antropomorfe e quelle dette “a balestra”, coppelle e forme a calice.

Iscrizioni rupestri sul masso dell’Alpone in Val Veddasca – foto di Alessandro Bordin

Dal versante opposto della Valle Veddasca c’è un altro percorso che parte dalla base della funivia che porta a Monteviasco e che prosegue al Ponte di Piero. Una volta arrivati a Monteviasco c’è un’altra lastra ridotta a panca con 4 grosse coppelle a fianco alla fontana. Ancora altre tracce si ritrovano all’Alpe Corte e all’Alpe Cortetto.
Scrive Corbella:
“Questo identificare, da parte degli abitanti del secolo scorso, i massi incisi con culti demoniaci o stregonerie, rispecchia il fatto che segretamente questi luoghi furono oggetto di culto pagano ancora per lungo tempo dopo la cristianizzazione. Ne è prova che ben sette concili della Chiesa Cattolica (Arles 452 d.C., Tours 567, Auxerre 578, Nantes 658, Toledo 681 e 693, Leptina 743) sentirono il bisogno di condannare severamente e scomunicare gli adoratori di “fontes, arbores et saxa” (sorgenti, alberi e sassi). Dove non fu possibile sradicare questo culto si procedette alla “cristianizzazione delle rocce” ponendo su di esse croci in ferro, inglobandole in muri di chiese o erigendo santuari e cappelle. Oppure distruggendole come fece la soldataglia di Sant’Ambrogio sul monte di Varese dove poi sorgerà il santuario del Sacro Monte”.
Un’antica leggenda popolare presente lungo tutto l’arco alpino attribuisce alle croci dei massi il potere di rendere le donne fertili. Un’altra, racconta che nani e folletti si cibassero delle bacche e del formaggio che i pastori lasciavano per loro nelle coppelle. Sicuramente, è da attribuire a questa leggenda l’origine di una festa che si celebrava fino a pochi anni fa in Val Veddasca, dove sui massi si conficcavano grandi pertiche alla sommità delle quali veniva infiammato il ginepro la sera di Ferragosto.

Aggiunge Astini, altro storico locale: “E se con l’avvento di Roma, dopo l’annessione della Spagna, della Gallia, della Bretagna, i culti iberici celtici, ecc. furono incapaci di sostenere una lotta ineguale contro la progredita religione dei vincitori, i vecchi culti autoctoni vennero tuttavia praticati ancora da gente modesta, in luoghi fuori mano. In alcune località svedesi (presso Linde, Vastmanland) sopravvive ancora l’abitudine pagana di curare i bambini malati ponendo un fantoccio, che rappresenta il bimbo stesso, su una pietra le cui coppelle sono state precedentemente riempite di grasso: un’offerta agli elfi, spiriti protettori, che vigilano sulla salute della famiglia per propiziarseli”.

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