Elianto di Stefano Benni: prosa studiatissima dietro l’apparente caos

Caotica, barocca, sublime. La prosa di Benni, in Elianto, è così. Nomi, verbi, aggettivi, avverbi e congiunzioni si accatastano formando un groviglio compresso, rumoroso e brulicante di idee, sensazioni, cose, di fronte alle quali il primo impatto è notevole.

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Un pastiche linguistico che mi ha ricordato il Don Chisciotte di Cervantes, il cui piacere nella lettura mi è arrivato non subito, ma mano a mano che mi addentravo nella trama, dopo avere capito come il ritmo incalzante del lessico fosse funzionale al racconto.
Libri come questi avrebbero bisogno di essere gustati parola per parola, come si fa con le poesie. Non bisognerebbe avere fretta per capire “come va a finire”. Oppure, semplicemente, si dovrebbero mettere le cinture di sicurezza (fidarsi a prescindere) e partire per il viaggio nel testo senza preoccuparsi troppo dei segnali stradali (il significato letterale) e mollando il pedale del freno (la comprensione logica). E’ quello che alla fine ho fatto io, altrimenti rischiavo di metterci 6 mesi per finire il libro! Sto parlando, chiaramente, a titolo assolutamente personale.


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Per un livello culturale come il mio, ritengo nella media, per me che sono abituata al linguaggio piano e piatto utilizzato dal 95% dei media a cui sono esposta (internet, tv, giornali, romanzi), accettare e godere dello stile di Elianto ha comportato inizialmente un grosso sforzo. Ha significato abbandonare tutti i luoghi comuni e le frasi fatte e tuffarsi, metaforicamente, in mondi alternativi dove non esistono sovrastrutture che permettano semplificazioni di alcuna sorta. Né di linguaggio né di pensiero.

Faccio un esempio…

Qui c’era un pianetucolo orbitante insieme a otto compari attorno a una stella di media grandezza. Detto pianetucolo aveva un satellite naturale e migliaia di satelliti succedanei: biglie aculeate, bozzoli stronziformi e barattoli imbandierati lanciati in orbita per chissà quale rito o mania. Questo satellite naturale, pallido e foruncoloso, che nella lingua planetoide è detto “Luna” (Liu-nah), un tempo ispiratore di grandi afflati e imprese spaziali, era rapidamente tornato al suo ruolo di fondale per effusioni. Purtuttavia, per senso del dovere e in ossequio agli equilibri gravitazionali, anche quel giorno arrancava faticosamente sul rettilineo un po’ sghembo della sua orbita, verso una particolare posizione che raggiungeva all’incirca una volta al mese, e di cui andava orgoglioso.

Che poi, è il senso stesso di questo romanzo di Benni, per l’appunto il racconto di un viaggio nei mondi “alterei” alla ricerca della mappa “nootica” per salvare Elianto, il ragazzino dal “morbo dolce”, l’unico in grado di sconfiggere i nemici del “Governo centrale” di Tristalia, seppure solo in una sfida a quiz.
Un viaggio compiuto da tre gruppi di personaggi molto diversi tra di loro, gustosissimi nella loro comicità, che avviene in mondi paralleli dove la creatività fantasmagorica di Benni trova il suo apice. Le invenzioni forniscono all’autore lo spunto per fare della satira pungente contro i governanti italiani e i vari faccendieri che lucrano alle spalle dei più deboli.

In ognuna delle pagine che compongono il libro, sia che essa descriva un personaggio, oppure uno dei mondi paralleli, ci sono contenuti a sufficienza per fare un altro intero libro alla portata, ahinoi, del lettore medio ormai abituato ad un linguaggio decisamente più piano e piatto, per non dire povero.
Nell’associare un linguaggio povero ad un pensiero povero, mi è tornato in mente Orwell.
Questo suo brano è tratto da “La politica e la lingua inglese” (1946 – traduzione di Umberta Mesina):

Ora, è chiaro che il declino di una lingua deve avere in definitiva cause di natura politica ed economica: non è semplicemente dovuto al cattivo influsso di questo o quel singolo scrittore. Ma un effetto può diventare una causa, rafforzando la causa originaria e producendo lo stesso effetto in forma più intensa e così via a non finire. Un uomo può cominciare a bere perché si sente un fallito e così fallire sempre di più per il fatto che beve. È più o meno quello che sta accadendo alla lingua inglese. Essa diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma la trascuratezza della nostra lingua ci rende più facile avere pensieri stupidi.

Genere romanzo fantastico – non ci sono molte citazioni, è tutto inventato ed allusivo, anche se ci sono sicuri riferimenti alla realtà
Ambientato Tristalia e Mondi alterei
In poche parole Impegnativo ma geniale

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