“Il piatto piange” descrive una Luino che in parte esiste ancora

“Il piatto piange” è il primo romanzo di Piero Chiara, da cui venne tratto l’omonimo film con una giovanissima e luminosa Agostina Belli. Il romanzo è ambientato nella bella Luino sul Lago Maggiore

 

Il libro viene ristampato praticamente ogni anno…segno che piace ancora, a distanza di tanti anni dalla prima edizione!

Il romanzo venne scritto e pubblicato nel 1962 sotto la spinta dell’amico poeta Vittorio Sereni, che da diverso tempo gli stava suggerendo di dedicarsi alla narrativa.

Il suo talento nella scrittura era già stato comprovato da diverse pubblicazioni nel campo della poesia e del giornalismo, ma il grande passo verso la narrativa, il Chiara lo compie quando ormai sta per andare in pensione (beato lui, a soli 49 anni!).

Edito da Mondadori, questo primo romanzo troverà subito ampio successo di critica e di pubblico, sia per il tipo di ambientazione sia per la bella tipizzazione dei personaggi, realistici e caricaturali quel tanto che basta per strapparci un sorriso.

La storia è ambientata a Luino, e il personaggio principale è un certo Mario “Càmola” Tonini (la càmola in dialetto è una larva, di quelle che si usano come esche per i pesci), a cui càpitano una serie di avventure, a volte comiche a volte grottesche, ma sempre drammaticamente verisimili.
Altri personaggi di contorno, principalmente i suoi compagni di gioco ai tavoli d’azzardo, sono ugualmente buffi ma straordinariamente riconducili a persone vissute realmente, con tutte le smanie, i sogni e le vigliaccherie che sono proprie dell’umanità.

 


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Chiara non fa nulla per renderci simpatiche queste persone, ed alla fine del libro rimane un po’ di amaro in bocca, abituati come siamo alla connotazione positiva dei soggetti che conosciamo nei film, nelle serie tv come sui canali social (in senso lato – possono anche essere diabolici, ma sicuramente l’industria dell’intrattenimento ce li rende simpatici!).

Alcuni lettori possono trovare che gli episodi siano un po’ slegati tra di loro, ed in effetti è difficile stabilire quale sia il reale soggetto del romanzo, ma forse non è nemmeno questo che conta, per Chiara, in questo suo primo lavoro, dove il fine principale sembra essere quello di far da tramite alle storie sentite al bar del paese.

Si può dire che da noi il mondo veniva conosciuto non sui libri o sulle carte geografiche, ma dai racconti di quelli che erano stati fuori e attraverso le loro avventure. C’era per noi un’Inghilterra che era quella del Còdega, un’America che era quella di suo fratello Gianni, un’Indocina che era quella del Tonchino e due o tre tipi di Parigi: quella del Lanfranchi sarto o quella del Carlo Rapazzini che vi era rimasto dieci anni come taxista. Erano vedute diverse, ma piú vere di quelle che a me toccò poi di scoprire nei libri, oppure andandovi di persona. A Parigi debbo dire che mi fu sempre molto facile trovare le donne, le strade, i metro e i boulevards del Lanfranchi o del Rapazzini, mentre avevo difficoltà a riscontrarvi le cose lette o studiate.

Di base, nel libro si possono trovare diversi spunti di interesse, al di là della storia in sè, che torneranno con più convinzione e robustezza narrativa nei lavori letterari successivi.

Riferimenti storici e geografici basati sul vero

Con una chiarezza di esposizione e una ricerca lessicale raffinata, senza mai essere pesante, Chiara ci racconta fatti realmente accaduti nel passato della nostra Luino, e ci descrive posti che fortunatamente esistono ancora, e personaggi storici realmente esistiti, come il furto della Gioconda da parte del Peruggia originario di Dumenza, lo sbarco di Garibaldi a Luino, l’incarico dato alle operaie dell’industria meccanica Battaglia di istruire le maestranze russe sull’uso dei telai, e molte altre ancora. Chi vuole conoscere la storia di Luino, può leggere Piero Chiara, tanto per cominciare!

Il bello è che, alla fine del libro, Piero Chiara tiene a precisare che “Luino non deve essere cercata sulle carte geografiche o nell’elenco dei Comuni d’Italia, ma in quell’altra ideale geografia dove si trovano tutti i luoghi immaginari nei quali si svolge la favola della vita”. Peccato che –ed è l’enciclopedia Treccani a riportarlo – il romanzo venne focosamente discusso, probabilmente perché più di un luinese si riconobbe nei personaggi da lui tratteggiati.

Personaggi ben caratterizzati, appunto

I personaggi sono connotati quel tanto che basta per farci capire, attraverso poche ma sapienti righe di descrizione, quale tipo di anima nascondono, sotto i loro vestiti, il loro aspetto fisico e i loro discorsi. A volte appaiono come vere e proprie “maschere di Carnevale”, e forse proprio per questo sono diventati materiali di lavoro per sceneggiatori e registi di film.

Anche i cognomi scelti ricordano, spesso e volentieri, famiglie realmente esistenti nella zona: per avere la prova, mi è bastato andare a fare un giro al cimitero di Luino. Probabilmente anche i soprannomi, ma questo non sono riuscita a verificarlo.

Parole precise e frasi ingegnose

Chiara lo fa dire ai suoi personaggi, ma probabilmente è parte integrale della sua poetica:

(Si parlava cosí, allora. Ora può darsi si parli piú pulito e piú generico. Ma tra di noi il parlare era tutto; e la preminenza, il rispetto, venivano sostenuti dalla forza del parlare. Uomini come il Càmola, il Kinzler, il Tonchino – o donne come Mamarosa – non parlavano mai liscio, ma sempre in modo fiorito, penetrante, immaginoso e senza eufemismi. La nostra vita e i nostri discorsi erano vani; ma proprio per questo avevamo bisogno di parole precise e di frasi ingegnose).

Scene piccanti senza mai scadere nella volgarità

Alcuni episodi vedono il Càmola e altri uomini coinvolti in tresche e vicende dai risvolti “piccanti”, ma Chiara non sembra interessato ai fatti in sé quanto piuttosto alle motivazioni sottese alle loro azioni.
Ad esempio, il nostro scrittore racconta come Mamarosa, la maitresse del “buon Casino” – anche questo è un posto che esisteva davvero, in pieno centro cittadino – fosse considerata una specie di “capessa del paese, una autorità preposta al mondo maschile luinese del quale controllava l’efficacia e le reazioni davanti alla carne”.
Mamarosa era ben voluta da tutti, anche perché “A certuni, sempre senza soldi, finiva col dare delle salite gratis, tanto era compassionevole ed anche convinta di non poter negare un genere di prima necessità”.

Genere

romanzo

Ambientato

A Luino (provincia di Varese) negli anni Venti

In poche parole

Come riportato sulla copertina della prima edizione del libro: “Amori boccacceschi , giocatori forsennati, ozi logoranti, nel delirio della provincia”

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Il Film “Il piatto piange”  è bello quanto il libro

La locandina del film è molto più “boccaccesca” del film vero e proprio!

Dal libro, una decina di anni dopo venne tratto l’omonimo film “Il piatto piange” di Paolo Nuzzi, con una giovanissima Agostina Belli nei panni di Ines, e Aldo Maccione nel ruolo del protagonista “Càmola”. Hanno scritto che il film è molto “felliniano” ed in effetti, per il tipo di fotografia, costumi e personaggi, ricorda da vicino i capolavori del pluripremiato regista.
Per comprensibili esigenze tecniche, molti dettagli sono stati omessi, ma nel complesso le vicende narrate sono le stesse presenti nel libro. L’unica vistosa differenza è che è stato scelto di ambientare il film non a Luino ma nella vicina Orta. In questo modo non si sono riuscite a riprodurre tutte le particolarità dei posti luinesi come il Metropole sulla riva del lago (ora Palazzo Verbania) e il Majestic (il palazzo di fronte all’Avav con la scritta “Simplon”, ancora oggi diviso in tanti piccoli appartamenti, come descritto nel romanzo).
In una scena del film compare anche Piero Chiara, così come in altri film di cui era sua la sceneggiatura, come nel mitico “Venga a prendere il caffè da noi”.