Veleggiando sul lago, e dormendo nella stanza del vescovo

La stanza del vescovo (1976) è il titolo di uno dei romanzi più noti di Piero Chiara, dai quali venne tratto l’omonimo film (1977) di Dino Risi, con protagonisti Ugo Tognazzi, Patrick Dewaere e una bellissima Ornella Muti agli esordi.

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Le vicende del romanzo si sviluppano nel corso di un’intera estate, durante la quale il protagonista (di cui non si conoscerà mai il nome ma che nel film verrà chiamato Marco Maffei), a bordo di una piccola barca a vela dotata di cabinato, dove poterci anche dormire, decide di percorrere in lungo e in largo il Lago Maggiore, in attesa di capire cosa fare della sua vita.

Tutte le conoscenze dello scrittore in materia di navigazione, dai venti tipici sul lago alle manovre da mettere in atto durante le traversate, vengono ampiamente sfoggiate nel corso della narrazione, sicché i provetti velisti apprezzeranno ancora di più il testo.


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Piero Chiara amava il lago in maniera viscerale e lo conosceva a fondo in tutti i suoi aspetti, sia dal punto di vista climatico che storico che geografico che…tecnico sportivo!

Ecco un piccolo saggio delle sue competenze nautiche:

Ad Ascona contavo di arrivare con le “montive”, i piccoli venti che sbucano appena notte da tutte le valli del lago e si spengono non lontano dalle rive. Si andava intanto con gli ultimi aliti dell‘“inverna”, o meglio con quelle brezze misteriose che non si capisce da dove vengano, folatine improvvise che increspano un breve tratto di lago poi svaniscono per riapparire poco dopo da un’altra direzione, come piccole anime impazzite o burlone. A saperle prendere, con l’occhio ai segnavento, bastano a tenere in movimento la barca, che scivola leggera, lasciando a poppa un sommovimento d’acque appena visibile, subito riassorbito dalla superficie uniforme del lago

Ogni posto in cui si ferma la “Tinca”, questo il nome della barca del nostro diportista (in cui viene spontaneo riconoscere lo stesso scrittore), corrisponde ad un luogo effettivamente esistente nelle nostre zone: Oggebbio, Luino, Feriolo, Stresa, Pallanza, Santa Caterina del Sasso…per ognuno di questi angoli ha spesso in serbo una descrizione che è precisa e poetica nello stesso tempo.

Ecco il passaggio in cui descrive il naufragio di una torpediniera nel 1896, fatto realmente accaduto:

Con quelle ombre di vento arrivammo all’altezza di Maccagno che il sole era caduto da mezz’ora. Stavamo per passare, tra Maccagno e il Ronco Scigolino, sopra un tratto di lago che, dopo quello antistante a Feriolo sotto il quale è sommerso a quanto si dice un intero paese, è forse il più sinistro di tutto il Verbano. E’ il tratto dove, in un punto che non si è mai potuto stabilire, la notte tra l‘8 e il 9 gennaio 1896 si inabissò la torpediniera delle Guardie di Finanza con dodici uomini dei quali il lago non restituì neppure un berretto

ed ecco dove racconta la leggenda di Santa Caterina del Sasso:

L’autunno di quell’anno stava mettendo piede sul lago, silenziosamente e quasi di soppiatto, come un inserviente invisibile ma rapido nei movimenti che avesse l’incarico di cambiare lo scenario di un palcoscenico, per prepararlo all’ultimo atto di una commedia o di un dramma. Durante la traversata raccontai a Matilde la storia del Beato Alberto Besozzi che si era fatto eremita alcuni secoli prima sulla roccia a picco di fronte a noi, dopo essere scampato all’annegamento durante un naufragio, proprio nelle acque che stavamo navigando. «Il Beato Alberto» dissi «prima del naufragio era un mercante, o meglio un usuraio che andava facendo i suoi affari nei paesi del lago. Un giorno fu preso dalla tempesta e il suo navicello si rovesciò. Riuscì a raggiungere la riva a nuoto, al piede di quella parete rocciosa. Veniva da Intra, dove aveva guadagnato, speso, trovato donne, amici e nemici. Tornava a casa, dove forse aveva una moglie e dei figli. Il naufragio gli aprì gli occhi. Basta, deve aver detto, non ho più voglia di lottare. Sto qui a mangiare alborelle e insalata. Infatti non si mosse più dalla grotta nella quale si era rifugiato. I pescatori gli portavano il pesce, i contadini gli calavano la verdura dall’alto della rupe e nessuno gli rompeva le scatole. Certe volte,» conclusi «penso anch’io di farmi eremita, di ritirarmi in qualche luogo remoto, fuori dalle contese e soprattutto dagli inganni del mondo.»

All’interno di un contesto paesaggistico così amabilmente illustrato da Piero Chiara, si muovono personaggi che invece di amabile hanno ben poco, assetati come sono di sesso e di denaro.

Ma Chiara, come suo solito, non vuole condannare nessuno, ama semplicemente descrivere quello che ha avuto occasione di conoscere da vicino nel corso dei suoi lunghi trascorsi al bar e negli uffici dei tribunali, e riesce a farlo con ironia e leggerezza, per quanto in questo libro sia presente una vena malinconica ben più marcata rispetto al passato.

La storia è piuttosto semplice ma ben tratteggiata: dopo la fine della seconda guerra mondiale, il protagonista, che approda casualmente ad Oggebbio, viene abbordato da un avvocato che lo introduce subito nella sua cerchia famigliare, invitandolo a casa sua e facendogli conoscere la vecchia, arcigna e ricca moglie, Cleofe Berlusconi, e la bella e giovane cognata, Matilde Berlusconi. Il giovane, più volte durante l’estate, avrà occasione di pernottare in una sontuosa stanza della villa che appartenne ad un antenato di famiglia che diventò vescovo.

Matilde era una “vedova di guerra” in quanto aveva sposato il fratello di Cleofe “per procura” durante le vicende belliche; il marito non aveva mai fatto ritorno e per questo motivo Matilde si ritrova a vivere nella stessa famiglia, circondata dagli agi ma in una evidente situazione di disagio e noia.

Nel corso del racconto, il lettore scoprirà il reale motivo che trattiene Matilde nella villa, ma nel frattempo il lettore sarà editto anche sul  come l’Orimbelli intende sfuggire al controllo della moglie e spassarsela ignorando ogni comune senso del pudore e della civile convivenza.

A questi ingredienti, già di per sé scabrosi, si aggiungerà poi un omicidio, a rendere la storia ancora più avvincente e cupa.

L’ Orimbelli è sicuramente l’emblema della meschinità e della nefandezza che ha il suo equivalente “oggettualizzato” in un grosso baule siglato T.M.O e contenente una montagna di cianfrusaglie orride (armi, mutandine da donna, lettere alle amanti, “ricordi di guerra” semplificherà il Procuratore della Repubblica).

Genere

romanzo

Ambientato

Sul lago Maggiore tra l’estate e l’autunno del 1946

In poche parole

Un giallo erotico ambientato sul nostro amato lago

 

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Piero Chiara

Ed. Mondadori
1976 (1 edizione)
2019 ultima edizione
160 pp.

 

Per quanto riguarda il film, Piero Chiara ebbe poi a dire che il lavoro di Dino Risi non gli piacque perché “troppo volgare” rispetto al libro. In effetti certe scene di nudo sono pretestuose e non aggiungono molto alla storia, anche se l’eccezionale interpretazione di Ugo Tognazzi vale, da sola, tutto il film e fa perdonare quelle che possiamo chiamare “cadute di stile” tipiche delle commedie erotiche di quegli anni.

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Il film è perfetto per una serata tra amici in leggerezza