Il romanico padano dell’Abbazia di San Donato a Sesto Calende

L’Abbazia di San Donato a Sesto Calende è una bell’esempio del romanico padano in terra insubre. L’Abbazia di San Donato a Sesto Calende è una bell’esempio del romanico padano in terra insubre.

Bisogna sapere che Sesto nell’antichità era un posto strategico dal punto di vista economico, perché situata allo sbocco del fiume Ticino nel lago Maggiore. Il Ticino in passato era utilizzato per i trasporti da e per Milano e dintorni, grazie al sistema dei navigli. Inevitabile dunque che la cittadina suscitasse l’interesse dei potentati milanesi, laici e religiosi.
L’Abbazia, per quanto rimaneggiata più volte, è il segno della presenza incisiva in questi posti anche della Diocesi di Pavia tra i secoli IX e XIII (tra l’altro per un certo periodo ebbe il controllo della chiesa di S.Agostino a Caravate). La Diocesi di Pavia era molto ricca e possedeva beni in tutta la Lombardia.
Il vescovo di Pavia Liutardo fondò questa chiesa nel IX secolo, annettendovi un monastero benedettino. I monaci vi abitarono e coltivarono le terre circostanti per alcuni secoli, fino a quando il Papa, sotto la pressione della Diocesi di Milano, dovette intervenire e intimare ai monaci di lasciare le proprietà.

Ma la sua storia tormentata non era finita: dopo essere tornata sotto il controllo del vescovo ambrosiano, in età napoleonica fu addirittura usata come infermeria e caserma; nel 1911 a causa dell’estremo degrado perse il titolo di Chiesa Parrocchiale e riuscì a riconquistarlo solo nel 1963.
Le fondamenta della chiesa attuale risalgono con molte probabilità al XII secolo: romanico è il nartece (portico, pronao) che si trova subito all’ingresso, romanici sono i bei capitelli scolpiti, romanica è gran parte della decorazione esterna in cotto così tipica delle chiese coeve lombarde, prime tra tutte la Chiesa di S. Ambrogio di Milano. La facciata purtroppo si presenta molto dimessa ed anonima e non rende appieno la bellezza di tutto il resto.
La parte più interessante è costituita dal nartece, anche perché non si ritrovano altri esempi simili nel Verbanese: si tratta di un bel portico che doveva servire ad ospitare i non battezzati. Oggi il nartece si trova incorporato nella chiesa, ed è chiuso, ma una volta era aperto (come in effetti dovrebbe essere un nartece): ancora adesso la facciata mostra tre semicerchi in mattone proprio in corrispondenza delle tre arcate.
Qui vi sono mirabili capitelli scolpiti con maschere, forme vegetali e zoomorfe o con rilievi piatti di gusto altomedievale.

Facendo un giro attorno all’edificio, gli osservatori possono provare ad individuare nelle mura esterne, fatte di ciottoli di fiume e di mattoni in cotto, molti “frammenti” inglobati di origine diversa: si va dalla lapide romana alla lastra altomedievale decorata a trecce piatte.
Le due absidi (la terza fu distrutta per fare posto alla sacrestia)  mostrano l’abilità dei decoratori lombardi attivi nelle maggiori basiliche del tempo: l’abside piccola mostra superiormente un fregio a denti di sega, archetti pensili e lesene, mentre quella maggiore mostra una decorazione a fornici che rimanda da vicino a quella analoga in S. Ambrogio a Milano.

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