Arcumeggia: schede degli affreschi di Montanari, Morelli, Saetti, Tomea, Tomiolo, Usellini, Ferrazzi e Brancaccio

La sintesi della pittura del dopoguerra nel cuore della Valcuvia: le schede delle opere presenti ad Arcumeggia – seconda parte



Arcumeggia (qui il link all’articolo con la storia e il video realizzato) è tappezzata di affreschi anche perché nel corso degli anni hanno soggiornato, oltre ad artisti già noti, anche gli allievi delle Accademie d’arte che hanno lasciato sul posto diversi lavori. In questa pagina trovate le schede degli affreschi più famosi e più significativi del borgo accompagnate da brevi note biografiche degli autori  Montanari, Morelli, Saetti, Tomea, Tomiolo, Usellini, Ferrazzi e Brancaccio. Se invece volete informazioni su  Funi, Brindisi, Sassu, Migneco, Carpi e Monachesi, la pagina da cliccare è questa.

Giuseppe Montanari: “San Martino e il povero”, 1956

San Martino è il monte della Valcuvia più conosciuto per esserci stata una famosa Battaglia nella seconda guerra mondiale, tra tedeschi e partigiani, diventata presto simbolo della Resistenza a Varese. San Martino è anche il santo a cui Giuseppe Montanari (1899-1976) ha voluto dedicare l’affresco ad Arcumeggia. L’iconografia è quella tradizionale, del santo soldato a cavallo che taglia il suo mantello per darne una parte al povero, dal pittore realizzata in modo essenziale, evidenziando soprattutto lo scambio di sguardi tra i due personaggi. Montanari era anch’egli un soldato, apparteneva all’arma dell’Artiglieria, e perse il figlio Luigi proprio a causa della seconda guerra mondiale, durante uno scontro aero-navale nello stretto di Messina. Era originario di Ancona, ma dopo avere lavorato per un certo periodo a Milano, scelse di trasferirsi a Varese e di soggiornarvi fino alla fine dei suoi giorni, in una casa all’altezza della prima cappella del Sacro Monte. Fu apprezzato affrescatore, a sua firma sono molti affreschi nella Camera di Commercio e nell’Ospedale di Circolo di Varese, ma dipinse soprattutto moltissimi quadri privilegiando ritratti e paesaggi. Si tratta di una pittura intimistica, dai colori tenui, mai chiassosi, e dalla struttura ordinata e composta, dove la costante sembra essere quella dei sentimenti più semplici e sani: la dolcezza di una mamma, l’innocenza dei bambini, la pace di un panorama sui boschi o della vista di un porticciolo di pescatori.

Enzo Morelli: “La Samaritana al pozzo”, 1956

Enzo Morelli (1896-1976) , romagnolo di nascita, si trasferì presto a Milano dove insegnò all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte Applicata del Castello Sforzesco. Realizzò diversi affreschi nel Palazzo Comunale ad Assisi  e poi anche in altre parti d’Italia. Negli ultimi anni ottenne una cattedra di pittura all’Università di Bologna. Dalla biografia apprendiamo una forte passione per la pittura di Giotto e Cimabue.
Teniamo presente che dal 1952 e il 1957, Morelli esegue le vetrate del Santuario di Maria Bambina a Milano, e nell’affrontare la tecnica dovette sperimentare  l’uso di contorni accentuati, disegni semplificati e campiture possibilmente nette. I critici segnalano che nello stesso periodo rimase affascinato dai lavori di Georges Roualt.
Per Arcumeggia, nel 1956, sapendo di dover realizzare un affresco sopra la fontana in centro paese, scelse di raffigurare la Samaritana al Pozzo, in un formato particolare che è quello ovale. Il segno circolare, arrotondato, ritorna nella composizione, insieme ad un marcato primitivismo delle figure (piedi e mani tozze e sproporzionate, sguardi fissi, assenza di panneggi) contornate di nero, il che fa pensare ad un rimando diretto sia alle vetrate realizzate a Milano che al primitivismo religioso di Roualt.

Bruno Saetti: “Maternità”, 1956

“Pittore del sole e della speranza”, così viene definito Saetti (1902-1984) nell’epigrafe che il Comune di Venezia gli dedica, in virtù della presenza assidua nella sua produzione di forme circolari (dischi d’oro) e di tematiche positive, prima su tutte quella della maternità.
Saetti (1902-1984) nacque e morì a Bologna ma lavorò per molti anni a Venezia, prima come docente e poi come direttore della locale Accademia d’Arte. Fu anche lui un apprezzato affreschista, lavorò anche con Ferrazzi alle decorazioni murali per l’Università di Padova.
La Maternità dipinta per Arcumeggia è una sintesi del suo modo di intendere la pittura: entro una composizione organizzata in verticale, inserisce elementi circolari che hanno una funzione che è strutturale e simbolica nello stesso tempo. La Maternità come simbolo della vita, del tempo che passa, della morte; madre e bambino chiusi in uno sguardo che rimarrà sconosciuto agli altri.

Fiorenzo Tomea: “Crocifisso”, 1956

Pittore veneto (1910-1960), si spense precocemente all’età di 50 anni dopo una lunga malattia. La sua produzione si caratterizza soprattutto per le nature morte ed i paesaggi del Cadore, intrisi di malinconia e religiosità. La meditazione sulla morte è presente anche nell’affresco realizzato per Arcumeggia, di Cristo Crocifisso. In un paesaggio assolato e scarno, caratterizzato da un azzurro intenso steso per velature sovrapposte, si staglia Gesù in croce: il corpo scarno, il volto reclinato, gli occhi socchiusi, il sangue insistente su mani e piedi, il teschio in terra, sono tutti elementi realizzati in modo volutamente primitivo e crudo.

Eugenio Tomiolo: “La Speranza”, 1956

Eugenio Tomiolo è un artista veneto che spaziò dalla pittura al disegno, all’incisione e alla poesia dialettale, formandosi più nelle botteghe che nelle aule delle accademie. Tomiolo ci ha lasciato  diversi scritti teorici che aiutano a comprenderne la poetica.
L’affresco realizzato per Arcumeggia rappresenta la Speranza, una figura femminile allegorica nell’atto di versare l’acqua sul terreno attraverso due brocche contemporaneamente.
In quello stesso periodo stava lavorando alla serie di incisioni chiamata “Industria fiorita”, caratterizzata da vedute visionarie di città industriali tramutate in alberi, boschi e fiori.
Il dipinto è molto vivace dal punto di vista cromatico, anche se Pica evidenziò che: “Più indifferente che serena, più ferma che fiduciosa la «Speranza» di Eugenio Tomiolo, è una Speranza, un poco grigia, che ci suscita il ricordo della «virile pazienza» dannunziana”.
In effetti la figura femminile è massiccia e poco curata nei dettagli, a differenza della colomba, della vegetazione alle sue spalle e della bella resa dell’acqua trasparente, quasi a voler, in questo modo, evidenziare ancora di più il valore simbolico della stessa: la speranza “vale” quando è sostenuta da vigore e determinazione.

Gianfilippo Usellini: “Il ritorno dell’emigrante”, 1962

Il milanese Usellini (1903-1971) fu un pittore di formazione accademica, insegnante egli stesso alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco e al Liceo Artistico di Brera. La sua pittura è caratterizzata da un “metafisico classicismo”, sicuramente suggestionata dalla pittura italiana del ‘400 (Raffaello prima di tutto) e attualizzata dalla pittura metafisica di De Chirico e Carrà.
Usellini fu molto attivo ad Arcumeggia, ma scelse di rinunciare ai suoi soggetti tradizionali per invece affrontare problematiche più vicine alla gente, come quella dell’emigrazione, con un’opera intitolata “Il ritorno dell’emigrante”. La sua scrupolosità arrivò al punto di sostituire la prima versione di questo soggetto, realizzata nel 1956, con un’altra nel 1962 più grande e anche più raffinata, “borghese” hanno scritto i critici, sicuramente depurata” del tratto marcatamente popolare precedente, ravvisabile ad esempio nell’abbigliamento della ragazzina, nei lineamenti della moglie, ed in altri particolari.
Analizziamo l’opera insieme: l’impianto dell’affresco visibile al pubblico è di stampo tradizionale, con un gruppo di figure in piedi ritratte in un interno nell’atto di abbracciarsi vicendevolmente.
I famigliari stanno salutando l’uomo che sta per andare via, la presenza di una sola sacca nell’angolo fa pensare che si tratti di un abbandono temporaneo – molti lavoravano in primavera e in estate e facevano ritorno al paesello solo nei mesi invernali.
I personaggi manifestano il loro dolore in modo composto, controllato, dignitoso. L’unica nota realmente naturale e spontanea è data dalla presenza dei pulcini in primo piano (nella prima versione, ora conservata nella Casa del Pittore, c’era invece una lucertola!).
L’effetto finale per noi contemporanei è quello di una vecchia foto colorata e ritoccata a mano, che oggi può sembrare leziosa ma che ai tempi era di moda e piaceva molto al grande pubblico.
Usellini fu il primo artista a scegliere di dipingere con e per gli arcumeggiani, facendoli realmente partecipi della sua opera attraverso riferimenti diretti alla loro vita e ai loro problemi. La stessa scelta l’avrebbero fatta, pochi anni dopo, anche Remo Brindisi e Aldo Carpi.

 

Ferruccio Ferrazzi: “Attesa”, 1956
Ferrazzi (1891-1978) è un artista romano che si distinse soprattutto nella pittura murale e che insegnò per alcuni anni all’Accademia di Belle Arti di Roma. Come altri artisti del suo tempo, aderì in un primo momento al Futurismo e poi al Novecento (il movimento che riproponeva la continuità con il classicismo con la riproposizione di temi e forme tradizionali), mantenendosi sempre fedele ad una pittura figurativa di stampo tradizionale. Reminiscenze classiche sono presenti anche nell’affresco realizzato ad Arcumeggia, dove i panneggi sono gli assoluti protagonisti di un racconto solo suggerito attraverso poche ma studiate figure: un bambino, una giovane donna, degli animali domestici, tutti protesi in avanti in atteggiamento visibilmente festoso. Soggetti popolari all’interno di una cornice classica che li nobilita e che li proietta in una dimensione a-temporale.

Giovanni Brancaccio: “Ragazza alla finestra”, 1956
Esponente di spicco della corrente artistica di Novecento, Brancaccio (1903-1975) operò principalmente a Napoli, sua città natale. Nella sua produzione si evidenzia soprattutto il fascino verso l’ambiente popolare e la dimensione domestica, realizzato attraverso una pittura mossa ma strutturata entro precisi schemi formali. In questo dipinto una giovane donna ammicca allo spettatore dalla finestra con aria sognante e maliziosa, sporgendo il braccio in avanti in segno di curiosità e attesa. I pochi elementi presenti, la voliera e la persiana, danno profondità all’insieme con un effetto trompe l’oeil sempre gradevole nella pittura architettonica.

 

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