Sesto Calende e la leggenda del Masso di Preja Buja

A poche centinaia di metri dall’Abbazia di San Donato, in una distesa pianeggiante dove un tempo sorgeva il porto antico di Sesto, chiamata Scozola, si trovano l’oratorio di San Vincenzo e il masso erratico di Preja Buja.

Si tratta di due monumenti, il primo storico, il secondo naturale, molto diversi tra di loro eppure accomunati da un alone di mistero, dovuto anche alla vicinanza con la “fossa del drago”.
Che poi uno degli affreschi di San Vincenzo rappresenti proprio S. Giorgio, il santo che sconfisse un drago, ed un altro i Re Magi, simbolo della Natività, non fa che rendere ancora più affascinante e magico questo posto, dove fino a poco tempo fa le giovani donne si recavano a pregare per propiziarsi il dono della fertilità.
San Vincenzo affonda le sue radici nella notte dei tempi: sembra che un tempio pagano esistesse già nel I-II secolo d.C. Le fondamenta dell’edificio attuale risalgono al X-XI secolo e, come si può vedere dalle mura esterne e dalla facciata, la sua è una storia tutt’altro che lineare, con demolizioni e rifacimenti che continuarono fino almeno al secolo scorso.
La struttura è semplicissima, ad una sola navata terminante con un’abside semicircolare; nella facciata a capanna vennero inserite delle finestre rettangolari con un’inferriata, nel Settecento, per consentire di vedere l’interno anche a porte chiuse.
Le fiancate sono realizzate con ciottoli e mattoni in cotto, lavorati a spina di pesce, e l’abside presenta una decorazione molto simile a quella dell’abside minore della vicina S. Donato.
L’interno è piuttosto spoglio e sono rimaste alcuni frammenti di affreschi quattro-cinquecenteschi con vari soggetti.
A pochi passi dall’Oratorio svetta in tutta la sua maestosità il masso erratico di Preja Buja, termine dialettale che si può tradurre con “pietra scura” o “pietra bucata”. Si tratta di un’enorme pietra trascinata a valle a seguito dello scioglimento dei ghiacciai nel Quaternario, costituita prevalentemente da serpentinite e dunque di colore verde (un altro grandioso masso erratico si può vedere a Ranco sul Lago Maggiore). 
La roccia ha davvero qualcosa di magico sia nel colore che nella forma che nelle sue caratteristiche magnetiche: sembra che qui la bussola smetta di funzionare!
Si sono trovate delle coppelle (incisioni) sulla base inferiore che testimoniano che una volta vi si celebravano riti sacri.
La leggenda racconta che un pescatore di Sesto si era innamorato follemente di Venere e per questo Giove, il marito della dea, lo aveva trasformato per punizione in drago. Un giorno Venere, venuta a fare visita all’amante e trovatolo in quelle condizioni, lo incitò a incendiare l’intero paese, e così lui fece. Le fiamme di un violento rogo arrivarono fino alla casa coniugale dove vivevano la moglie ed i figli, che tentarono la fuga ma inutilmente: il fuoco li carbonizzò nell’esatto istante in cui la madre, come una chioccia con i suoi pulcini, tentava di proteggerli abbracciandoli.
Per questo motivo il masso è diventato il simbolo della maternità e meta di pellegrinaggio per tutte le aspiranti madri.

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