Archivi tag: storia

Passeggiata sul lungolago di Cerro e Ceresolo

Il piccolo nucleo di  Cerro, frazione di Laveno Mombello (VA), si sviluppa in prevalenza sul lungolago e dispone di tutte le infrastrutture utili per trascorrere un piacevole pomeriggio all’aperto: spiagge di sabbia, prati ombreggiati, scogli facilmente accessibili.

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Monastero di Torba e la leggenda delle monache volate via

Il Monastero di Torba, insieme a Castelseprio e ad altri posti come Cividale del Friuli e Benevento, fa parte del sito Unesco “”Italia Langobardorum: the Longobard in Italy, Places of the power (568-774 d.C)” perché raccoglie preziose testimonianze della civiltà longobarda.

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Il Museo di Cerro e il glorioso passato della Ceramica di Laveno

Per oltre un secolo, e fino agli anni ’80, Laveno era uno dei centri principali della produzione di ceramica. Nella maggior parte delle case degli italiani i sanitari erano firmati Pozzi-Ginori e arrivavano dalla cittadina sul Lago Maggiore. Le tappe di questo glorioso passato si possono ripercorrere nelle sale del Museo della Ceramica di Cerro.

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Ceramica a Laveno, gli stabilimenti industriali

La storia degli stabilimenti industriali di Laveno è la storia di una popolazione laboriosa, capeggiata da illuminati imprenditori, che sfruttando le risorse del territorio per la produzione, e le infrastrutture nascenti per il trasporto, a Laveno creò ricchezza e trasformò in modo radicale il paesaggio urbano*.

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Gli eccezionali affreschi di Castelseprio: foto e descrizione

Nell’abside della piccola chiesa di Santa Maria Foris Portas (nei pressi del parco archeologico di Castelseprio) è conservato uno dei gioielli più preziosi dell’arte medievale italiana, il ciclo pittorico dedicato all’Infanzia di Cristo opera dello sconosciuto “Maestro di Castelseprio”.

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Castelseprio patrimonio Unesco: 22 foto per raccontarne la storia

Il Parco Archeologico di Castelseprio con gli affreschi di Santa Maria Foris Portas ha un’importanza storica notevolissima, tanto è vero che è stato proclamato nel 2011 patrimonio Unesco.  Eccone qui le ragioni accompagnate da un’ampia galleria fotografica.

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Il CAI e le sue sezioni in provincia di Varese

Chi ama la montagna, in Italia non può non conoscere il CAI. A Varese esistono molte sezioni del CAI che organizzano tutto l’anno escursioni nelle montagne vicine e lontane, per gli associati e non. Non bisogna per forza essere un alpinista d’alta quota per aderire alle loro iniziative!

Grazie all’entusiasmo dei volontari associati del CAI, le montagne italiane sono attrezzate con rifugi e bivacchi e dispongono di una rete di sentieri che è una delle più grandi d’Europa: ci sono circa 60mila km su e giù per l’Italia, di sentieri tracciati e mantenuti, giorno dopo giorno, riconoscibili dai segni bianco-rossi su alberi, rocce e altri elementi notevoli.
Se siete appassionati di montagna, di sport e di escursioni, il consiglio è quello di andare sul sito internet della sezione del CAI più vicina a voi, dove si troveranno informazioni dettagliate sulle iniziative organizzate e sugli eventuali sentieri in affidamento.

Per la zona di Varese segnaliamo i seguenti siti internet:

Laveno, Mombello e Cerro: un solo Comune ma 3 identità diverse

Il Comune di Laveno Mombello è una piccola cittadina sulle rive lombarde del Lago Maggiore che racchiude tre anime. Se ne conosci la storia, hai già capito di cosa stiamo parlando. Per tutti gli altri, ecco qualche riga di spiegazione.

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Arcumeggia: schede degli affreschi di Montanari, Morelli, Saetti, Tomea, Tomiolo, Usellini, Ferrazzi e Brancaccio

La sintesi della pittura del dopoguerra nel cuore della Valcuvia: le schede delle opere presenti ad Arcumeggia – seconda parte

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Passeggiata per il centro di Laveno Mombello

Ogni 2° weekend del mese sul lungolago di Laveno Mombello c’è la Fiera Labiena, con bancarelle di prodotti alimentari e artigianali ed un’area di intrattenimento per i bambini. Ma Laveno è bella in tutti i giorni dell’anno…

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Riserva Speciale Sacro Monte di Domodossola patrimonio Unesco

Un luogo particolare dove sacro e profano convivono in armonia con la natura e la storia.
Quella del Sacro Monte di Domodossola è una vicenda sui generis che merita di essere raccontata con dovizia di dettagli: se non altro, perché si è conclusa con prestigiosi riconoscimenti come la nomina nel 1991 a Parco Regionale, e nel 2003 a “Patrimonio mondiale dell’Umanità” da parte dell’Unesco.

Ma andiamo con ordine e cominciamo a spiegare i motivi di un nome così articolato: il posto si chiama così perché comprende molti elementi degni di nota, tutti localizzati sul colle di Mattarella che si erge a ridosso dell’abitato di Domodossola.
Fanno infatti parte del Complesso: il Castello medioevale di Mattarella, il Convento dei Padri Rosminiani, l’Oratorio della Madonna delle Grazie, il Santuario del SS. Crocefisso e le quindici cappelle che compongono la via crucis.
Il tutto, in una splendida cornice paesaggistica con sentieri che portano a boschi di faggi e castagni alternati a giardini coltivati.
Si tratta dunque di una meta interessante dal punto di vista religioso prima di tutto, ma non solo. Anche chi vuole immergersi nella natura o conoscere meglio la storia del posto, ha di che godere.
Ultimamente si sta sviluppando un interessante progetto basato sul ripristino delle antiche usanze orticole in uso presso i religiosi fino all’inizio del secolo scorso.
Il sito è facilmente raggiungibile grazie ad una comoda strada asfaltata e l’altezza massima s.l.m. è di 420 metri, ragione per cui il dislivello è facilmente affrontabile anche da parte dei visitatori meno allenati.

Cenni storici
Per difendersi dagli invasori provenienti da Nord, sembra sia esistito un presidio sull’altura considerata più strategica, per l’appunto il colle di Mattarella, sin dall’epoca romana. Su alcuni massi sono ancora visibili delle incisioni rupestri. Tracce più consistenti di bastioni fortificati si fanno risalire all’età longobarda (VI sec.). Il Castello passa in mano alla Chiesa attorno all’anno Mille, per volontà dell’imperatore Enrico di Sassonia che lo concede al Vescovo di Novara per farne il centro politico ed amministrativo dell’Ossola superiore. Attorno al Quattrocento, si ha notizia di una distruzione del maniero da parte dei conquistatori svizzeri.
Sarà solo in piena epoca controriformistica, nel Seicento, che questo posto, per volontà di Carlo Borromeo e di vari prelati di alto lignaggio, viene valorizzato ai massimi livelli essendo stato scelto come sede per il Sacro Monte Calvario, dove ripercorrere le tappe della via crucis di Gesù Cristo.
Alla predisposizione di questo percorso per i fedeli, contrassegnato inizialmente da semplici croci in legno, segue la costruzione del Santuario del Santissimo Crocifisso (1657) e poi, via via con il passare degli anni, tutte e quindici le cappelle, ultimate nel 1907.
In età napoleonica (1810) , fortemente anticlericale, i Padri Cappuccini vengono allontanati, e il convento trasformato in caserma militare. Addirittura la cappella I viene adibita a deposito di polvere da mina ed alla fine distrutta con un’esplosione.
Nel 1828 l’abate Antonio Rosmini, chiamato dal conte ossolano Giacomo Mellerio, “riaggiusta” le cose fondando l’Istituto della Carità e costruendo le cappelle mancanti. Per opera dei rosminiani, il Calvario diventa il punto di riferimento per tutte le parrocchie dell’Ossola, non solo come meta di itinerari spirituali da parte dei fedeli, ma anche perché sede della Casa Religiosa e del noviziato.
Dopo il 1980, il posto è diventato un Centro di Spiritualità aperto anche ai laici.

Informazioni: http://www.sacromontecalvario.it 
Tempo di visita: 2 h;
Difficoltà disabili: Alta;
Ingresso: A pagamento solo nell’area sommitale del complesso;
Orari di apertura: Marzo-Maggio e Ottobre-Dicembre Domenica e festivi 10-12 e 14-17.30
Giugno-Settembre Domenica e festivi 10-12 e 14.30-18.30 Sabato 14.30-18.30

Museo dei fossili di Meride: un tesoro sotto la montagna di San Giorgio

Portano la prestigiosa firma di Mario Botta la ristrutturazione e l’ampliamento nel 2012 del Museo dei fossili a Meride: una struttura importante, che ospita un’ampia collezione di reperti fossiliferi facenti parte dell’ampio giacimento del Monte San Giorgio proclamato Patrimonio mondiale dell’Unesco.

La collezione non ha solo lo scopo di conservare i reperti rinvenuti, ma anche di divulgarli al grande pubblico. Oltre a fornire ampio materiale di studio agli specialisti, il museo permette alle scuole, alle famiglie e a tutti gli appassionati di paleontologia, di tornare indietro nel tempo, ai primordi della vita sulla Terra.
Accanto ai fossili di animali e piante, di per sé spettacolari per il loro incredibile stato di conservazione, si trovano ricostruzioni, modellini in scala reale e disegni dettagliati che possono fornire un’idea ancora più precisa di come potevano essere, centinaia di milioni di anni fa, gli abitanti del nostro Pianeta.

L’organizzazione dei piani e delle sale del museo rispetta l’ordine cronologico, che è poi anche l’ordine della montagna stessa, dove in basso ci sono gli strati più antichi e in alto quelli più recenti. Si parte dal primo piano, dove si trovano i fossili più antichi appartenenti alla formazione di Besano, per proseguire poi nel secondo dove prendono posto quelli della formazione di Meride.
Al terzo piano sono presenti i fossili e le rocce del periodo Giurassico, estratti dalle cave di Arzo, più giovani di 50-60 milioni di anni rispetto ai livelli precedenti.
Infine, attraverso fotografie e pannelli didattici, viene raccontata la storia degli scavi stessi, cominciata casualmente a partire dalla scoperta di scisti bituminosi utili per ricavarne il Saurolo, un unguento medicinale.
Il marchio Saurolo fu scelto per motivi commerciali, occorreva infatti differenziare, almeno nel nome, quella stessa sostanza (solfoittiolato di ammonio) proposta con il nome di Ittiolo dai “concorrenti” tirolesi. Si tratta però a tutti gli effetti dello stesso derivato del catrame, tra l’altro adesso prodotto sinteticamente e per questo motivo non più appetibile dal punto di vista economico.
L’attività di estrazione degli scisti bituminosi prosegue ancora, ma solo per scopi di ricerca .

Informazioni: www.montesangiorgio.org
Tempo di visita: 2 h;
Difficoltà disabili: Bassa;
Ingresso: a pagamento;
Orari: 9.00 – 17.00;
Chiuso: Lunedì, 25 Dicembre, 1 Gennaio;
Aperto: Da Martedì a Domenica, Lunedì di Pasqua, Lunedì di Pentecoste

Castelli di Bellinzona: la cinta fortificata meglio conservata dell’Insubria

Il sito dei castelli di Bellinzona si contraddistingue per un gruppo di fortificazioni sorte attorno al castello di Castelgrande, che si erge su di un’altura sopra l’intera valle del Ticino.
Attorno al castello, una serie di muraglioni protegge la città e blocca il passaggio attraverso la valle.
Un secondo castello, Montebello, è parte integrante delle fortificazioni, mentre un terzo castello, Sasso Corbaro, svetta su di un’altura separata, a sud est del blocco principale.

L’insieme di fortificazioni bellinzonesi si è insignito dell’importante titolo “Patrimonio dell’Unesco” perché è una testimonianza importantissima di struttura difensiva del Tardo Medioevo, posta a guardia di uno dei passaggi più strategici attraverso le Alpi. Si tratta dell’unico e più completo esempio di architettura medievale militare della regione Alpina.
Bellinzona è stata infatti, in passato, una zona strategica di importanza straordinaria: vi confluiscono non solo diversi valichi alpini (San Gottardo, Novena, Lucomagno, San Bernardino) ma anche sentieri percorribili a piedi o a cavallo. Chi proviene dalla Svizzera per andare in Italia, ha dovuto per forza passare da qui: ecco dunque spiegata la presenza di tracce di fortificazioni, fin dal neolitico (5000 a.C.).

L’impulso più vigoroso, avviene per opera dei Visconti attorno al XIV secolo, quando Bellinzona entra a far parte del Ducato di Milano. Nel XVI secolo la città viene riconquistata dai confederati ma la cinta muraria viene conservata e non distrutta. La città moderna si svilupperà fuori dei bastioni. Dobbiamo anche tenere presente che il fiume Ticino, con la piana di Magadino, sono state zone paludose resi edificabili e abitabili solo in epoca recente. A Bellinzona… ci sono tracce anche di un piccolo porto!

Castelgrande
Castelgrande è, come dice il nome, la più grande delle fortezze e domina sulla città con le due torri conosciute con il nome di Torre Nera e Torre Bianca. All’interno, lo spazio è suddiviso da ulteriori mura interne, a raggiera, a partire della Torre Nera, che formano tre cortili. La Torre Bianca, verso est, è circondata da ulteriori fortificazioni che formano il ridotto. Ci sono segni di chiese, cappelle e altri edifici, che probabilmente furono distrutti nel Quattrocento per fare posto ai soldati in caso di emergenza bellica. Tra il 1982 e il 1992, l’intero complesso è stato restaurato dall’architetto svizzero Aurelio Galfetti. Il complesso ospita il Museo Storico-Archeologico e quello Storico-Artistico.

Montebello
Montebello sorge su uno sperone di roccia a est di Castelgrande, a cui è collegato attraverso la cinta muraria. Essendo agevole l’accesso da tutti i lati, sono stati realizzati dei profondi fossati a protezione della parte centrale. Una torre centrale svetta sopra gli altri edifici, ma nel complesso la pianta del nucleo ricalca la struttura standard dei castelli sudalpini caratterizzata da alti muri di cinta che racchiudono fabbricati a scopo residenziale e utilitario. Il castello ospita un Museo Archeologico.

Sasso Corbaro
Questo maniero non è compreso nella cinta muraria bellinzonese, ed è stato costruito dopo gli altri due per coprire un possibile passaggio scoperto. A pianta quadrata, presenta un mastio (torre) sull’angolo nord est, leggermente più alto delle mura merlate. E’ il castello relativamente più “giovane” (risale al Quattrocento) ed ha subito un pesante e discutibile restauro agli inizi del Novecento che ne ha in parte snaturato lo stato originario.

Informazioni: www.bellinzonaturismo.ch
Difficoltà disabili: Media;
Ingresso: A pagamento nei musei