Un sentiero per non dimenticare: “Gruppo Cinque Giornate – San Martino 1943”

Rimane difficile per un giovane o per uno straniero immaginare che nella pacifica e verde Valcuvia un tempo siano passati aerei da guerra e si siano compiuti atti di estrema crudeltà nei confronti di indifesi, eppure così è stato, nella Battaglia di San Martino.

La Battaglia del San Martino è il nome dato a quell’episodio di guerra che vide protagonisti i partigiani contro i nazisti nel lontano novembre 1943, e che vide la morte di 42 soldati, trucidati dalle truppe tedesche con gran dispiego di forze (aerei, cannoni, lanciafiamme) e di uomini (circa 2000 nazifascisti a fronte dei 150 del fronte partigiano).

In occasione del 60° anniversario dell’episodio, 1943-2003, è stato realizzato un sentiero che tocca 13 luoghi storici dove si svolsero le fasi principali della battaglia: Porto Valtravaglia, Brezzo di Bedero, Mesenzana, Forte di Vallalta, Villa San Giuseppe, San Martino in Culmine, Duno, Cuveglio – località Bignese, Rancio Valcuvia, Cassano Valcuvia, Ferrera di Varese, Marchirolo e Lavena Ponte Tresa.
Il sentiero può tranquillamente essere percorso saltando uno dei tratti, la sua importanza è data più dal significato simbolico che esso riveste: camminare per ricordare, ricordare chi si è sacrificato per la democrazia e per la libertà.

In ognuna delle 13 tappe è presente un cartello che rievoca le vicende principali accadute in quel determinato punto, ben descritte all’interno di questo pdf realizzato dalla Provincia di Varese.
Il sito internet dell’Anpi di Luino racconta bene, e con espressioni toccanti, la storia, e dunque rimandiamo volentieri alle sue pagine, cercando in questa sede di condensare quanto più possibile lo stesso fatto per i più frettolosi.

La vicenda può partire dall’8 settembre 1943 a Porto Valtravaglia quando, appresa la notizia dell’armistizio dalla radio, il ten. Colonnello Carlo Croce intuì che presto il territorio italiano sarebbe stato preso d’assalto dai tedeschi. Cercò con ogni mezzo di raccogliere soldati, armi e munizioni per preparare un’azione di difesa, ma con scarsi risultati, dal momento che la confusione era totale e molti preferirono rifugiarsi in Svizzera e disertare. Croce, con un centinaio di uomini, decise di trasferirsi a Roggiano, riparandosi nelle postazioni militari costruite nella prima guerra mondiale, dove raccolse altre armi e munizioni; insieme a un centinaio di uomini si trasferì poco dopo in Villa San Giuseppe ex caserma Luigi Cadorna, a Vallalta di San Martino.
Il primo impegno fu di dotarsi di un nome: “Esercito Italiano – Gruppo Monte San Martino di Vallata Varese” e di un motto “Non si è posto fango sul nostro volto”.
Gli uomini del San Martino furono sostenuti sia dai componenti del Comitato Nazionale di Liberazione di Varese che dal clero e dalla popolazione locale.
Intanto i tedeschi, per mano di infiltrati che fingendosi partigiani avevano ottenuto precise informazioni sullo stato del nemico, erano sempre più intenzionati a scatenare la repressione, soprattutto in vista dell’arrivo degli Alleati anglo-americani.
Il 13 novembre ebbe inizio infatti lo stato di assedio, che si concretizzò il 14 novembre con l’arrivo a Rancio Valcuvia del comando tedesco del 15° Reggimento di Polizia agli ordini del ten. col. Von Braunschweig e l’arrivo di uomini della Guardia di Frontiera, di pattuglie di artiglieri e della milizia fascista.
Nei paesi dei dintoni vennero sequestrati e rinchiusi negli edifici pubblici e nelle chiese tutti gli uomini dai 15 ai 65 anni, alcuni dei quali subirono pesanti torture e interminabili interrogatori.
Intanto i tedeschi avevano chiesto e ottenuto l’intervento aereo, che il 14 novembre bombardò a tappeto l’intera zona dove erano stanziati i partigiani.
Alcuni di essi riuscirono a salvarsi riparando in Svizzera, ma altri meno fortunati vennero catturati e fucilati. I tedeschi infierirono contro i partigiani anche dopo che ormai erano sicuri di avere vinto, radendo al suolo Villa San Giuseppe e la chiesetta di S. Martino.
Il Colonnello Croce riuscì a fuggire in quella circostanza, salvo poi rientrare pochi mesi dopo per continuare a dare il suo apporto alla lotta di Liberazione. Rientrò infatti in Italia il 13 luglio 1944 ma venne quasi subito intercettato, ferito e torturato dai tedeschi, che infierirono al punto da provocarne la morte, avvenuta il 24 luglio 1944.

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