Veli di poesia con Evelina Cattermole, ingenua ma grintosa

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Porta nella tua vita un velo di poesia!
Vedere per leggere, leggere per sentire, sentire per esserci.

Evelina Cattermole alias Contessa Lara
(Firenze 1849- Roma 1896) viene ricordata più per le burrascose vicende personali che per le poesie e gli scritti, eppure, se leggiamo i suoi versi senza pregiudizi di tipo biografico e senza resistenze di tipo cronologico (si tratta di testi scritti più di 150 anni fa, in un italiano piuttosto diverso da quello attuale), scopriamo un’anima libera e pura, desiderosa solamente di godersi la vita in pienezza con il sostegno dell’arte e del mondo animale. Sembra che amasse vivere in compagnia di topolini bianchi che lasciava liberi per casa!

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Le sue sono idee che adesso sono piuttosto condivise, ma a quell’epoca non lo erano affatto: il frequentare uomini più giovani di lei, il pensare di potersi mantenere con il proprio lavoro, il non accettare il tradimento del marito, il non andare in chiesa, il non occuparsi delle faccende domestiche, sono tutti principi che fanno parte di un pensiero anticonformista, femminista ante litteram, e che hanno reso la sua vita piuttosto tribolata e “chiacchierata” all’epoca.
C’è chi, ai tempi del suo brutale assassinio causato dal suo stesso amante, insinuò che fosse stata colpa sua!

Leggiamo questo sonetto che rende bene l’arguzia e la determinazione della Cattermole:

Risposta “A chi so io”

Amico, me la folla degli sciocchi
Giudichi in varie guise stravaganti,
E scopra fuoco o gel dentro quest’occhi
Dov’è il ricordo de i versati pianti.

Maligno nome a ’l mio sorriso tocchi,
Birichino, gli è ver, ma co’ galanti;
E quando ad un altar piego i ginocchi,
Ben si proclami ch’io canzono i santi.

Troppo arcano, pe ’l vulgo, è questo caro
Sentimento de ’l ciel, questa mia fede
Di gentildonna e insiem di marinaro;

Nè crucciarmi io saprei: ma tu, se male
Non vuoi ritrarre almen quel che si vede,
Torna meglio a studiar l’originale.

Vero è che da una parte questo tipo di dichiarazioni e atteggiamenti l’hanno aiutata a costruire il personaggio scapigliato/decadente della femme fatale, che sicuramente ha sfruttato per diventare famosa in certi ambienti letterari, ma vero è anche che in lei, vita e letteratura presentano più di una coincidenza.

I detrattori hanno detto di lei che “scriveva solo poesie d’amore”, ma questo non è affatto vero e poi, anche se fosse, che male ci sarebbe?

Femminismo, femminicidio e femme fatale…gli ingredienti per fare di Evelina Cattermole un personaggio iconico ci sono tutti. Dalla nascita e fino alla morte, vediamo perché.

Evelina nasce a Firenze da una famiglia cosmopolita ed artistica: il padre è un console scozzese, mentre la madre è una musicista. Fin da piccola è abituata a frequentare i salotti culturali fiorentini e a decantare poesie, tanto è vero che già a diciotto anni riesce a dare alle stampe la sua prima raccolta di versi “Canti e ghirlande”. Donna di grande fascino, bionda ed elegante, fa subito innamorare di sé l’aristocratico Eugenio Mancini, che di professione fa il capitano dei bersaglieri, che la sposa contro il volere della famiglia e la porta a vivere a Milano, dove Evelina frequenta l’ambiente della Scapigliatura. Il matrimonio dopo qualche tempo comincia a vacillare a causa delle ripetute infedeltà del marito, come evidenzia questa poesia dai toni amari e piccati.

DI SERA

Ed eccomi qui sola a udire ancora
Il lieve brontolìo de’ tizzi ardenti;
Eccomi ad aspettarlo: è uscito or ora
Canticchiando co ’l sigaro tra i denti.
Gravi faccende lo chiamavan fuora:
Gli amici, a ’l giuoco de le carte intenti
Od un soprano che di vezzi infiora
d’una storpiata melodia gli accenti.
E per questo riman da me diviso
Fin che la mezzanotte o il tocco suona
A l’orologio d’una chiesa accanto.
Poi torna allegro, m’accarezza il viso,
E mi domanda se son stata buona,
Senza nemmeno sospettar che ho pianto.

Il marito Mancini oltretutto non dà mistero di essere indifferente alle arti, insofferente degli ambienti che frequenta Evelina, tanto è vero che è lui stesso a chiedere all’amico Giuseppe Bennati di fare da cavaliere in sua vece.

Una sera Mancini scopre la moglie a letto con il suo amico, e così per onore sfida a duello il Bennati, che muore a colpi di pistola. La vicenda finisce su tutti i giornali con l’assoluzione del Mancini (a quei tempi il delitto d’onore era tollerato) e la fuga di Evelina da Milano verso Firenze, dalla nonna, dove per vivere ritorna a scrivere per l’editore Sommaruga, con lo pseudonimo di “Contessa Lara”.

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Le tormentate storie d’amore di Evelina continuano, così come il suo lavoro di scrittrice e giornalista, fino a quando ha la sventura di incontrare e di frequentare un pittore senza soldi e mentalmente instabile che la uccide a colpi di pistola, all’età di soli 47 anni.

Evelina muore “per amore” così come tante delle eroine dei suoi romanzi e dei personaggi delle sue poesie, si legga ad esempio la poesia “Castigo”.

Il castigo
Arrovesciato è il corpo, e par di cera
la faccia aguzza; un rosso fil sottile
solca il velluto de la veste nera;
fuma per terra ancor caldo il fucile.
Senz’amor, come Satana, chimera
del male, ella passava entro un febbrile
soffio di colpa, or procellosa e fiera,
or supplice e sommessa; e sempre vile !
Fin che al tradito, che pur cerca oblio
nel segreto del genio; al saggio, al buono,
all’uom che parla nella notte a Dio,
una voce comanda alta, possente:
– Non più per la rea femmina perdono:
uccidila, lo devi. Ella è il serpente.

Scrive Silvio Raffo: “Impressionante (ma non è questo l’unico caso) la coincidenza fra letteratura e vita per Evelina Cattermole Mancini: la sua morte cruenta non è affatto dissimile da situazioni descritte in diverse sue opere di prosa e di poesia. La Contessa Lara è stata, in fondo, danneggiata dall’alone dannunziano e kitsch-decadente che si è diffuso intorno al suo nome e alla sua figura; lo pseudonimo byroniano, la sua tragica fine, le atmosfere morbide e voluttuose di alcuni suoi scritti l’hanno relegata a un rango di scrittrice «deteriore »di quel «pessimo gusto » di gozzaniana memoria; in realtà, un’antologia seria della poesia italiana (non solo femminile) dovrebbe annoverare Evelina Cattermole Mancini fra le voci più originali di quella proficua stagione artistico-letteraria che dal simbolismo trapassa alle forme fascinose del déco. Alcune sue poesie illustrano la solitudine della donna con discreta eleganza e, insieme, con disarmante semplicità.”.

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Opere di Evelina Cattermole

Poesia:

Canti e ghirlande – Firenze, coi tipi di M. Cellini e C., 1867
Versi – Roma, Sommaruga, 1883
E ancora versi – Firenze, Sersale, 1886
Nuovi versi – Milano, Galli, 1897

Novelle:

Così è – Torino, Triverio, 1887
Storie d’amore e di dolore – Milano, Galli, 1893
Storie di Natale – Rocca San Casciano (Forlì), Cappelli, 1897
Novelle – Napoli, Bideri, 1914
La Madonna di Pugliano – La fiera di Montelupo – Sic vos non nobis – Storie intime – Primo temporale – La regina del rame – Napoli, Bideri, 1917

Romanzi:

L’innamorata – Catania, Giannotta, 1892

Letteratura per l’infanzia:

Una famiglia di topi – Firenze, Bemporad, 1891
Compagni di sventura – Roma, Voghera, 1892
Il romanzo della bambola – Milano, Hoepli, 1896

Lettere:

Lettere intime (1887-1896) – a cura di Ezio Bottini, Roma, Tipogr. della Camera dei Deputati, 1897