Malinconia e romanticismo nell’incantevole Orta San Giulio

Il paesino di Orta San Giulio, sul piccolo lago omonimo, è bello in tutte le stagioni, ed è perfetto per un weekend o un pomeriggio romantico. Ecco cosa si può fare  e dove si può andare, se scegliete di farci un salto, magari in occasione di San Valentino.

Orta da “hortus conclusus”, il giardino del Cantico dei Cantici: un angolo segreto, dove rifugiarsi quando si ha bisogno di stare soli con se stessi, per meditare, rilassarsi, riflettere sulla propria esistenza.
E Orta, sul Lago omonimo, restituisce proprio questo tipo di atmosfera. Ad Orta non si va: si ha bisogno di andare.

Il bel borgo, dove il tempo sembra essersi fermato, restituisce questo senso di struggimento romantico che consola e accarezza, lenisce il dolore, alleggerisce l’anima.
Che cosa ci sia di davvero unico, a Orta, è difficile dirlo. Forse è la combinazione unica degli elementi che riesce a rendere indimenticabile questa minuscola cittadina insignita del titolo di “Borgo Arancione” del Touring Club (come Cannobio e Santa Maria Maggiore, sempre in Piemonte) per la qualità della sua offerta storica, artistica e turistica.
Perché non solo Orta è riuscita a preservare il suo aspetto architettonico, con palazzi e chiesette in stile, realizzati con la pietra locale, ma ha dalla sua il centro interamente pedonale e la vista su di un isolotto che sembra spuntare direttamente dalle pagine di un libro delle favole, e il lago.
Un lago piccolo, racchiuso entro una cerchia di montagne basse che sembrano proteggerlo dai venti e dalle correnti.

Il paese conta poco più di un migliaio di abitanti, e si riempie un po’ di più in estate, con la presenza dei villeggianti che qui possiedono una casa.
Le viuzze lastricate si percorrono a passo lento, guardando le vetrine e gli oggetti appesi delle tante piccole botteghe e negozi di bric a brac dove comprare souvenir e oggetti di artigianato.

Una delle caratteristiche viuzze di Orta, durante un pomeriggio delle feste di Natale

La parte più moderna del paese è situata in zona sopraelevata, ed è la frazione di Legro, caratterizzata dalla presenza di affreschi dipinti sui muri delle case, che omaggiano la storia di questo piccolo borgo e la sua fortuna cinematografica. Orta, proprio per le sue caratteristiche uniche, è stata scelta spesso e volentieri per ambientare film storici, come ad esempio “Il piatto piange” di Paolo Nuzzi (1974), “Testa o croce” con Renato Pozzetto e più di recente “Corrispondenze” di Tornatore (2016). Un altro personaggio famoso verso cui Orta ha voluto esprimere la sua gratitudine è stato il poeta e cantastorie Gianni Rodari, nativo della vicina Oleggio, che a Orta ha ambientato il romanzo “C’era due volte il barone Lamberto”.

Il clou del paese è sicuramente però la parte bassa, con la piazza Motta, da dove partono i battelli per l’Isola di San Giulio e dove ci sono tanti bar e ristoranti con tavoli all’aperto, che permettono di godersi l’aria dolce del lago e il sole caldo nella bella stagione.

Selfie madre/figlia prima di prendere il battello per l’isola

Qui sorge il Broletto, chiamato dagli ortesi “Palazzotto”, il posto dove una volta si allestivano le bancarelle del mercato sotto il portico, mentre al piano superiore si tenevano le riunioni cittadine.
Con begli affreschi sulle mura esterne, e una curiosa scaletta esterna, è considerato il simbolo dell’autonomia di questo piccolo paese.

Il Broletto di Orta

L’attuale sede del municipio di Orta è villa Bossi, con un bel giardino affacciato sul lago,  valorizzato da una scultura in bronzo raffigurante un pittore che dipinge il lago. La cornice lasciata vuota dall’artista, è un invito a giocare con la macchina fotografica e fare dei ritratti simpatici con lo sfondo dell’acqua blu e della silhouette dell’isola.

Altra fotografia d’obbligo, nel giardino della Villa Bossi

Isola di San Giulio, l’isola del silenzio

Da piazza Motta, in pochi minuti di navigazione, si raggiunge la piccola Isola di San Giulio, caratterizzata dalla presenza di un monastero femminile, Mater Ecclesiae, e dall’Abbazia medievale di San Giulio.
Tra le ville edificate sulla riva del lago e il monastero c’è una strada in acciottolato caratterizzata da cartelli che invitano al silenzio e alla riflessione.

Al monastero benedettino è possibile accedere solo tramite appuntamento. Sul sito del monastero, è riportato che le monache, in ossequio alla regola di San Benedetto,  offrono ospitalità a tutti coloro che – laici e religiosi – desiderano fare un’intensa esperienza di silenzio, di ascolto e di preghiera, per due o tre notti al massimo. Non si accettano ospitalità per scopi turistici.
Le prenotazioni devono avvenire telefonicamente (chiamare al n. 0322/90324 – 90156 dalle 9 alle 12) e con congruo anticipo.
È importante sapere che le monache non sono solo dedite alla preghiera e alla contemplazione, ma anche allo studio e al lavoro. Non tutti sanno che entro queste mura risiede un importante laboratorio di restauro di antichi tessuti, attrezzato con telai per realizzare anche tessuti e paramenti sacri.

La chiesa adiacente dedicata a San Giulio è invece sempre aperta al pubblico, ad accesso gratuito. Già dall’ingresso, sono ben evidenti i rimaneggiamenti della struttura nel corso dei secoli. L’abside maggiore è precedente alle navate centrali e laterali, tappezzate di affreschi quattrocenteschi.

La Chiesa è tappezzata di affreschi raffiguranti la storia di San Giulio,, e non solo

L’elemento che spicca sopra tutto il resto è lo splendido ambone scuro, scolpito nella pietra locale di Oira, che rappresenta i 4 simboli degli evangelisti (il leone, il bue, l’aquila e l’angelo) e diversi e fantasiosi animali tra cui un grifo che afferra la coda di un coccodrillo.

L’ambone della Chiesa di San Giulio

Nella sacrestia, nel mezzo della volta è appeso un grosso anello vertebrale fossile che la leggenda dice essere appartenuto a uno dei draghi cacciati da san Giulio.
Notevole anche un mostro in ferro battuto, dalle fauci spalancate: è il drago delle Rogazioni, che veniva portato in processione come buon auspicio per il raccolto. Questa bella tradizione purtroppo è scomparsa all’inizio del Novecento.

Ecco perché Orta è rimasta un piccolo gioiello intatto

Orta è riuscita a preservare le sue caratteristiche storiche proprio in virtù di una situazione storica e politica particolarmente favorevole. Orta, dal medioevo e fino a metà Settecento, ha fatto parte di consorzio di comuni, chiamato “Comunità della Riviera”, sotto il controllo del vescovo di Novara (a proposito di Novara, l’avete già visitata? è un altro gioiello poco conosciuto), che le ha permesso una notevole autonomia e che l’ha protetta dalle invasioni degli stranieri. Di fatto, non ebbe mai bisogno di fortificazioni (distrutte nel Trecento perché inutili) e solo una volta subì il saccheggio degli Sforza, nel 1524.
Nel corso del Settecento tutta l’area del Novarese passò sotto il dominio del Regno Sabaudo, ma i Vescovi di Novara mantennero comunque il ruolo amministrativo del territorio con il titolo di Principi di San Giulio e d’Orta fino al 1817, perdendo definitivamente tutti i privilegi feudali solo nel 1819.
Dunque Orta non vide mai la presenza nè di spagnoli nè di francesi nè di austriaci, che poco lontano invece avrebbero alterato il tessuto urbanistico in maniera irreversibile.

Un angolino pittoresco dei tanti, passeggiando per le stradine di Orta

Sul lago d’Orta, è ben documentata fin dal Quattrocento, l’attività di peltrai, stagnari e fonditori. La lavorazione dei metalli è una costante di tutto il territorio.
La valle Strona in particolare, da Omegna in poi, è sede di un’antica tradizione in questo campo, in virtù della presenza di filoni di roccia ferrosa e di miniere, ed insieme della presenza dell’acqua del torrente Strona che permetteva di fondere e trasportare il ferro.
Decisivo sarebbe risultato, questo piccolo fiume, alla vigilia della rivoluzione industriale, con lo sviluppo dell’industria siderurgica e meccanica (Lagostina, Alessi, Bialetti, sono tutti marchi nati qui). L’abilità nella lavorazione del metallo si apprezza alzando il naso all’insù per ammirare cancelli e ringhiere in ferro battuto tra le stradine del borgo.

Orta è sicuramente la meta ideale per un weekend romantico, ed è perfetta per festeggiare San Valentino insieme alla propria dolce metà. Chi ha le possibilità economiche, può valutare un soggiorno da sogno presso la Villa Crespi un edificio in stile moresco dotato di camere e spa oltre che della cucina stellata di Antonino Cannavacciuolo (c’è un suo locale anche ai Vicolungo Outlets, lo sapevate?)

Parcheggi:

Dal momento che il centro è pedonale, l’auto si deve parcheggiare all’esterno dell’abitato. Ci sono a disposizione due grandi parcheggi, uno proprio vicino al centro storico, più costoso, e uno più lontano, più economico, proprio di fronte alla Villa Crespi. Esiste anche un altro parcheggio proseguendo verso il Sacro Monte, dove c’è anche una piccola zona riservata ai camper (sosta consentita fino a 48 ore), e dove addirittura gli spazi sono gratuiti con disco orario.

L’area dedicata alla sosta temporanea dei camper

Passeggiate nelle vicinanze:

Il Sacro Monte di Orta fa parte dei Sacri Monti della zona lombardo-piemontesi dichiarati Beni Unesco nel 2003. La particolarità di questo posto, è data dalle cappelle dedicate a San Francesco, oltre che dal panorama impareggiabile sul lago che si gode una volta arrivati alla sommità, sul sagrato del Santuario. Il percorso che tocca tutte le cappelle è piuttosto semplice, senza grosse pendenze, e il fatto di essere immersi in un bosco, lo fa assomigliare ad una passeggiata. Le cappelle stesse sembrano delle piccole casette che ispirano dolcezza e non incutono nessun timore. Le sculture sono molto naturalistiche e spesso e volentieri sono scene di vita quotidiana con molti personaggi del popolo.

Ogni cappella del Sacro Monte di Orta contiene una scena dalla vita di San Francesca
Il giardino del Sacro Monte è ricco di piante secolari
Le cappelle sono in tipico stile secentesco